Il Bolognino

Giovedì, 04 Luglio 2013 17:51

Il giudizio, il senso di colpa e la superficialità

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Il peso del giudizio altrui e il senso di colpa sono due tra i pesi più rilevanti che tirano verso il fondo la mia generazione. Ragionavo proprio su questo senso di inadeguatezza della mia generazione, sulla nostra incapacità di prendere le cose sul serio, ma mi mancava un tassello. Sarà capitato anche a voi di fissare un oggetto, o guardare o ascoltare qualcosa e puntualmente arriva l'idea che si stava cercando.

L'ho trovato guardando, come spesso accade, qualcosa che non è strettamente collegato al pensiero che avevo in mente. Trattasi di un film, un bel film che ho rivisto con piacere: Apocalypse Now. Il fumo e il sole tropicale, i colori sgargianti, il sangue, il melmoso Mekong. La meravigiosa fotografia di Vittorio Storaro. L'opera di Scorsese non è un film sulla guerra e sul Vietnam, ma una metanarrazione dentro la quale possiamo vedere tanto altro. Ne ho trovato quel pezzo di puzzle che cercavo per spiegarmi la superficialità, l'inadeguatezza, la solitudine.


Il Vietnam e la morte - non idealizzata ne teatralizzata quindi dura - sono solo le superfici, la cornice, l'ambientazione del film. L'essenza stessa di Apocalyps Now tuttavia, penso possa essere trovata nella tematica ultra contemporanea del giudizio. Un aspetto fondamentale per capire le azioni delle persone oggi: il peso del giudizio e della morale e lo spazio della moralità.


E' il giudizio morale dei superiori da cui Kurtz - uno strepitoso Marlon Brando - si è allontanato e che odia visceralmente  e che forse lo ha fatto impazzire. Kurtz rifugge il puzzo della falsità della moralità ufficiale, che lo accusò di essere un assassino (quale soldato non lo è in una guerra?). I suoi metodi sono giudicati malsani. La falsità della morale ufficiale punge Kurtz, ma è anche uno dei grandi temi del nostro tempo. Tutti noi ci si difende dal peso del giudizio altrui come meglio possiamo. Tutti oggi abbiamo un rapporto controverso con la moralità.



E' il giudizio e il peso dell'opinione e della valutazione degli altri su noi stessi ad essere centrale nel film tanto quanto è centrale nel mondo delle relazioni umane d'oggi. Sono i giudizi del novello Dante - capitano Benjamin L. Willard, uno stralunato Charlie Sheen, che ci accompagna all'interno dell'Inferno Vietnam che ci fanno da voce narrante. Le sue opinioni su tutto quello che vede sono pur sempre giudizi personali. Lo stesso giudizio di Willard su Kurtz cambia durante il viaggio sfogliandone la biografia durante il viaggio al centro della foresta, della guerra, ancor prima di incontrarlo. Ancor prima di vedere l'idolatria e il culto della personalità che Kurtz suo malgrado ha scatenato tutto intorno a sé.


Kurtz spiega in un dialogo il momento in cui cambiò giudizio sulla moralità, e anche sui vietcong:
“eravamo andati in un villaggio a vaccinare con l'antipolio i bambini, dopo essere andati via venne un vecchio e disperato ci disse di tornare, così tornammo nel villaggio. Erano arrivati i viet e avevano tagliato via tutte le braccia vaccinate ai bambini. Le avevano tutte accatastate: una catasta di piccole braccia. Mi ricordo che piansi tanto, come una madre [..] Poi capii. Erano dei quadri addestrati, quei soldati che avevano compiuto tutto quello. Non erano mostri. Erano completi. Erano anche loro delle persone, avevano famiglia avevano figli, avevano dei sentimenti ma erano in grado di dare sfogo al proprio primordiale istinto d'uccidere senza rimorso, senza dare giudizi, senza farsi fermare dal giudizio. Noi ci facciamo fermare e condizionare dal giudizio. Se avessi a mio comando 10 divisioni di soldati addestrati come quelli [...]”.

Kurtz vede nella moralità un impedimento dannoso al senso del dovere, forse proprio perché è impazzito. Ma i suoi eccessi non paiono molto peggiori di ciò che è considerato lecito e morale: il bombardamento al Napalm del Ten. Col. William "Bill" Kilgore con tanto di accompagnamento musicale sulle note della Cavalcata delle Valkirie, che vediamo nella prima parte del film. E le stranezze di Kurtz non sembrano poi tanto lontane dalla volontà di Bill Kilgore di far fare surf ai propri uomini durante lo svolgimento del combattimento coi vietcong.

Kurtz infatti non mancherà di farsi beffe del giudizio dei suoi superiori smascherandone l'ipocrisia: “insegniamo loro a lanciare napalm sulla gente e poi non li lasciamo scrivere "cazzo" sui loro aerei perché è... osceno”.


Willard
/Sheen porta a termine il suo compito, la missione segreta e alla fine uccide Kurtz, come gli è stato ordinato ma non perché lo ritenga pazzo. Ancora una volta non è il giudizio a guidare le azioni e neanche l'ottuso senso del dovere. La morte, proprio come nella nostra realtà è esorcizzata, e nella pellicola è condita da un ballo propiziatorio in cui Willard macella Kurt, allo stesso modo in cui i selvaggi macellano da vivo un bue a colpi di macete. Lo uccide perché è Kurt stesso a volerlo, quasi a voler fare suo il punto di vista di Kurtz. Willard apprende dal santone Kurtz la relatività della morale, personale e ufficiale, e perciò la relatività del giudizio. Altra grande tematica con la quale ci scontriamo tutti i giorni.

Anche il giudizio morale su Willard cambia: prima è prigioniero, importante e rispettato, ma pur sempre prigioniero di Kurt. Dopo averlo ucciso i selvaggi si prostrano a lui come suo nuovo padrone. (Qui c'è anche il tema della necessità di una guida, che molti sentono come necessità prioritaria, ma questa è un altra tematica).


Il giudizio degli altri è una delle principali paure da cui scappa la mia generazione, quella dei trentenni e dei quasi quarantenni che non vogliono crescere mai. Accomuna i trentenni agli adolescenti: è il senso di frustrazione e di inadeguatezza, magistralmente messo in musica da uno dei maggiori artisti cantautori italiani contemporanei e che la maggioranza di noi si porta sempre dentro senza essere mai riusciti a superarla veramente dopo l'adolescenza.

Trovo molto interessante la mia parte intollerante”.


E puntualmente arriva la necessità di sfuggire da essa abbracciando il gruppo e adeguandosi ad esso. La solitudine è la logica punizione che ci aspetta se vogliamo fare di testa nostra e non adeguarci. Compromesso che Caparezza rifiuta, finendo appunto nella solitudine sin dalla sua adolescenza: “Non vivo di pallone, non parlo di figone, non indosso vesti buone, quindi sono fuori da ogni discussione”. Willard stesso è decisamente avulso da tutti gli altri soldati, non ne condivide i sentimenti ne le piccole gioie del balletto delle playmate. Si ritrova solo contro Kurtz, ma solo lo è sempre stato, anche in compagnia degli altri membri della barca con cui risale il fiume.


E' il giudizio da cui fuggiamo, proprio come Kurtz. Oggi lo rifuggiamo forse ancora di più di quanto la generazione del '68 rifuggisse il giudizio degli adulti. '68, che, non a caso, è anche l'epoca e la generazione dell'ambientazione del film. E' un opera che parla di noi, più precisamente del nostro tallone d'Achille, cioè il giudizio.



Abbiamo timore del giudizio e pertanto come prima opera per “farsi accettare” modifichiamo il nostro aspetto esteriore per non provocare giudizio negativo su di noi, o meglio, per non
sembrare giudicanti nei confronti dei nostri simili, non sembrare troppo adulti, troppo seri. Quell'imbarazzo adolescenziale che non ci fa cresce mai è nascosto dentro alla frase colma di giudizi sulle “persone che si prendono troppo sul serio”. Analizzandola pienamente scopriamo che oggi non possiamo prendere sul serio niente, e così facendo non sappiamo ormai più distinguere ciò che è importante da ciò che non lo è affatto. Vale sopratutto per le più giovani generazioni, ma non è un peccato di gioventù. Abbiamo tutti un innata paura del giudizio, e ora che il timore del giudizio è accettato, è socialmente ritenuto cosa normale, sono coloro che non ne hanno timore ad essere messi da parte. A restare soli, proprio perché più forti degli altri e non inclini a giustificare le debolezze altrui per nascondere le proprie.



Ecco che pirandellianamente siamo tutti personaggi di una commedia che è la vita, nostra e degli altri a cui dobbiamo mostrarci in modo giocoso, amichevole, simpatico. Infantile. E se non fosse sufficiente anche clownesco, al fine di dissimulare il nostro senso di inadeguatezza con una risata.


Obiettivo non crescere mai, rimanere sempre adolescenti, almeno esteriormente. Ancora una volta ci vengono in aiuto le parole di Caparezza: “Cari professori miei, io vorrei che in giro ci fossero meno bulli del cazzo e più gay, più dreadlock e meno monclair, più Stratocaster e meno DJ, chiama la strega di Blair che ho un progetto in mente: rimanere sempre adolescente”.


Ostentare finta semplicità, è d'obbligo per essere accettati positivamente, quasi che fosse un lasciapassare per la socializzazione. La mia generazione è riuscita ad innalzare al rango di virtù la superficialità, la leggerezza sempre e comunque, vivere nell'infantilismo per vivere meglio è il vero understatement degli anni 10 del 2000.



Il tempo che passa provoca sempre dolori invece che gioia, agli anni che ci cambiano i lineamenti, spesso interiori oltreche esteriori preferiamo un immagine di noi carica di un giovanilismo esasperato. Vorremo vivere sempre giovani. E poi quando non lo si è più ci si può sempre fare un litfing e un trapianto di capelli. Una bella liposuzione. Un po' di botulino. Diventando lentamente il sarcofago di noi stessi, e diventando anche assai ridicoli, proprio come i potenti settantenni con le compagne che c'hanno vent'anni. Tutto parte in giovane età da un attesa di un domani, di un futuro che invece non arriva mai. E continuiamo a vivere in questo presente, che ci opprime anche se lo dissimuliamo bene. In attesa del giorno in cui
saremo. “Cosa” non lo sappiamo, però saremo. E intanto al massimo ci consoliamo avendo qualcosa. O desiderando qualcosa: la morosa/o, la macchiana, il lavoro, la casa, la playstation nuova. Dobbiamo Avere perché non riusciamo più ad Essere, o per lo meno non ci basta più Essere. Siamo giovani, sempre giovani. Sempre e comunque. Gli stessi anziani / vecchi non si definiscono più tali.


Questo cambiamento non solo semantico, nasce tutto dal timore del giudizio degli altri. Il fiume Mekong è lungo e ricco d'insidie, proprio come la vita. Ma non possiamo proprio fermarci e tornare indietro, nel film e sul fiume si va solo avanti. Verso dove non si sa, ma si deve raggiungere Kurtz, il destino di Willard.


Con l'età cambia anche il giudizio.
Vidi il film per la prima volta a 16 anni e il mio giudizio non era quello della seconda volta a 25 (mi pare). Oggi il mio giudizio è cambiato ancora. Eppure l'opera è la stessa: sono cambiato io.

La libertà è certamente liberarsi del senso di oppressione che ci causa il giudizio altrui, ma certo non è liberatorio liberarsi del giudizio stesso come ha fatto Kurtz rischiando di ragionare come il Bombarolo di De André "Se non del tutto giusto quasi niente è sbagliato". Finendo così agli eccessi di Kurtz, che a forza di sfuggire dal timore del giudizio è finito per essere senza giudizio alcuno, senza morale, senza rimorso, senza bontà. 


Letto 5275 volte Ultima modifica il Giovedì, 04 Luglio 2013 19:09

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