Il Bolognino

Venerdì, 13 Aprile 2012 11:23

Diaz, non pulite quel sangue

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locandina del film locandina del film Fandango

Ieri sera al cinema Odeon di via Mascarella c'è stata la prima nazionale del film "Diaz, non pulite questo sangue", di Daniele Vicari, vincitore del premio del pubblico al Festival di Berlino 2012. Il film, molto atteso e preventivamente contestato è stato prodotto dalla Fandango di Domenico Procacci, presenti alla proiezione sia il regista sia il produttore con i quali la proiezione è stata seguita da una discussione, vibrante, sentita, entusiasta.
Il film riapre la ferita mai cucita e solo taciuta delle orribili violazioni da parte di organi dello Stato nei confronti di civili inermi, ma ci ricorda anche tutto l'ambiente di festa, di partecipazione vera, di colore che i manifestanti - venuti da ogni parte del mondo - avevano portato a Genova per chiedere una politica più attenta alla gente e meno rivolta al profitto e al denaro, compreso quello facile, generato dalla finanza speculativa.

Poi, lo sappiamo, i potenti hanno scelto di non ascoltare quei 300 mila e ora ne paghiamo le conseguenze economiche. A una ragazza che a fine proiezione lo ha ringraziato perché, a differenza della falsità dell immagini televisive edulcorate, il film mostra la verità nuda e cruda, il regista Daniele Vicari ha risposto "c'è il vero pudore che è una forma di rispetto per noi e per gli altri e ci aiuta a stare insieme a vivere e ad amarci, e poi c'è il pudore più falso, la falsa coscenza che ci fa chiudere gli occhi su quello che non vogliamo vedere, e penso che tutti non abbiamo voluto vedere cosa è successo in quei giorni. Ho fatto questo film dopo aver letto gli atti giudiziari, leggendo quelle carte si capisce cosa è successo e io l'ho messo in video".


Il film ci apre gli occhi sull'assalto della polizia alla scuola Diaz dove riposavano alcune centinaia di manifestanti, il massacro seguito e il successivo imprigionamento, con le violenze fisiche e psicologiche che gli arrestati hanno subito arbitrariamente nella caserma di Bolzaneto, senza retorica, senza politica, senza implicazioni esteriori se non le immagini crude di un assalto ingiustificato, violentissimo, una sorta di "Staffespediction" in tempo di pace, una spedizione punitiva. Rivolta però verso innocenti.

Amnesty International ha parlato degli accadimenti alla scuola Diaz come "la più grave sospensione dei diritti umani in Europa occidentale dalla fine della Seconda Guerra mondiale". Il film non è però solo manganellate della polizia. Racconta le ultime giornate del Social Forum, la riunione dei 7 grandi capi di stato della terra per decidere le sorti del mondo, svoltosi a Genova nella primavera del 2001. Il film racconta l'intreccio attraverso le storie di due giovani black block francesi che la scampano e a cui a fronte delle devastazioni compiute nessuno torce un capello e le storie di Anna Koch, di una anziano dello Spi Cgil, di un giornalista della gazzetta di Bologna che si ritrovano per caso a dormire alla Diaz e vivranno sulle loro ossa l'orrore. C'è anche la storia del capo poliziotto "buono" che ferma gli aguzzini. C'è Anna, la ragazza tedesca, che è parte dell'organizzazione del social forum, si occupa di fare supporto ai manifestanti, e per un caso fortuito anche lei si ritrova a dormire alla Diaz, trasformata in quei giorni in un dormitorio, come tutte le scuole di Genova, dall'organizzazione del Social Forum. Anna è travolta dalla violenza e dall'orrore, oltre ogni sua possibile immaginazione. Dopo il pestaggio alla Diaz e essere stata curata all'ospedale, le toccherà subire anche la parte più brutta, quella dell'umiliazione fisica e psichcologica a Bolzaneto. Il film si chiude con l'immagine del pullman che trasporta lei e un altra quarantina di manifestanti stranieri fermati, che verranno portati alla frontiera ed espulsi. "Ho rappresentato il vuoto di democrazia con la mancanza di tutti gli organi dello Stato, mancanza che ho avertito leggendo gli atti giuridici. In questa vicenda non ci sono le Istituzioni, così come non ci sono nel film", ha spiegato Vicari.


"Non dimenticate questi ragazzi, ancora oggi c'è chi non dorme, c'è chi la fa a letto per i traumi subiti" - afferma dal pubblico Marco Poggi - un infermiere che ha vissuto in prima persona quei giorni, e uno dei pochi ad aver denunciato ciò che ha visto, era anche presente in sala. Rivolgendosi al regista "Hai tenuto fuori dal film ogni altra considerazione politica, ma è evidente che se i poliziotti hanno agito così è perché dall'alto arrivavano ordini precisi. Non dimentichiamoci che il Parlamento ha per due volte negato la costituzione di una commissione d'inchiesta sui fatti del G8, i Violante e Di Pietro sono responsabili quanto il governo di allora (Berlusconi). Ora Fini sembra essere diventato il segretario di Rifondazione Comunista - scherza Poggi - ma io non dimentico che era in cabina di regia quando è successa la Diaz!". "Ho lasciato fuori dal film ogni riferimento esterno e ogni ragionamento politico - spiega Vicari - perché leggendo e vedendo le azioni compiute da queste persone (i poliziotti) si capiscono la loro formazione, il loro modo di pensare, la loro visione del mondo". Vicari ammonisce: "non dobbiamo pensare che questi poliziotti siano dei mostri. Secondo me queste persone rappresentano molta parte del mondo d'oggi. Brutalmente - continua il registra - queste sono la maggioranza delle persone, più attente al loro conto in banca piuttosto che a quello che accade attorno a loro. Perché guardare, ragionare, pensare, è faticoso, ti mette in discussione. Questi poliziotti sono figli nostri! Sono nostri parenti, nostri fratelli! Il fatto stesso che per dieci anni tutti noi abbiamo fatto finta che tutto questo non fosse accaduto significa appunto che quando 300 poliziotti si comportano così è perché hanno dietro un intero paese dalla loro parte".

"Quando lo spirito di corpo è più forte del senso dello Stato, come è accaduto alla Diaz e a Genova ci si chiede se quella in cui viviamo è una democrazia - irrompe così il produttore, Domenico Procacci, alimentando la discussione  - Di 300 poliziotti che hanno preso parte al pestaggio sono stati rinviati a giudizio solo 24, perché riconosciu ti presenti sul posto dalla magistratura grazie ai loro atti di servizio. Neanche uno dei 300 ha parlato. Questa è omertà! Sono stati tutti premiati, hanno avuto tutti avanzamenti di carriera dopo questo massacro. Tutti hanno ottenuto una promozione. Se è vero che gli organi delal polizia non sono tenuti a sospendere un agente fino al 3° grado di giudizio, è pur vero che dei poliziotti che agiscono così non dovrebbero più far parte del corpo", chiosa Procacci.


La corte d'Appello di Genova ha condannato i 24 per violenza privata, ingiurie, falso in atto pubblico, false dichiarazioni, omissioni. Per mancanza del reato di tortura, i reati alla persona sono già stati prescritti. Nel 2014 scatta la prescrizione anche per i reati commessi dagli stessi agenti e dai capi della polizia nei confronti dello Stato stesso, come quello di avere mentito, fornito prove false, come le armi trovate nella Diaz, che i processi hanno dimostrato essere state portate dai poliziotti dopo il massacro. A giugno 2012 si terrà il 3° grado di giudizio per i 24 indagati. Ma i giudici che si pronunceranno sono gli stessi che hanno deciso di buttare a mare il processo Dell'Utri e di assolvere il capo della polizia Di Gennaro.


"Ne è morto solo uno ma potevano essere cento, i mandanti del massacro sono ancora in parlamento" - è il testo di "Genova brucia" di Simone Cristicchi -. Diaz, non pulite quel sangue, più che un titolo è un esortazione a non pulire via, a non cancellare dalle nostre coscenze quella terribile notte di follia e violenza, quella terribile sospensione dei diritti civili. Faccio mie le parole di Vicari (un opera da Oscar la sua):
"Non dobbiamo mai più voltare lo sguardo dall'altra parte, o succederà ancora". Diaz: non pulite quel sangue!

Letto 2941 volte Ultima modifica il Domenica, 15 Aprile 2012 21:31

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MelaineBig
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