Il Bolognino

Domenica, 17 Giugno 2012 19:53

Fenomenologia del moderato estremista (seconda parte)

Scritto da  Michele Cosentini

 

La seconda parte della guida, come preannunciato, è totalmente dedicata al rapporto tra il moderato estremista e la satira. Rapporto complesso, dicevamo: essendo dotato di un sense of humour pari all’intelligenza di Gasparri, il moderato estremista fa solitamente un po’ fatica a raccapezzarsi in qualunque cosa abbia un rapporto più o meno stretto con l’umorismo. Tende dunque a identificare la satira con la comicità tout court (“E’ sacrosanto voler far ridere, ma occorre giudizio”, “Sarà satira, ma a me non fa ridere”), a confondere il sarcasmo con l’ironia, e via dicendo. Ma non è un problema; l’importante è dar l’idea di avere le idee chiare. Fatto il preventivo elogio politically correct della satira, cui facevamo cenno nella prima parte della guida, il moderato estremista fa una spiccia analisi dell’opera e, se essa colpisce lui o le sue idee, la demolisce con varie motivazioni. Solitamente tanto più è intollerante verso la satira, tanto più finge di saperne qualcosa. 

 

Ecco una breve antologia delle argomentazioni più gettonate:

 

 

Io amo la satira, ma questa non è vera satira: Un classico sempre attuale, usato fin da quando la censura cominciò ad essere impopolare e si dovette pensare a delle forme alternative. E’ stato riportato in auge da Fedele Confalonieri, nel 2003. E’ sempre divertente rileggere la motivazione della sua querela alla Guzzanti: 

“Se una funzione si deve assegnare alla satira, essa va individuata nell’esercizio di un controllo sociale verso il potere; la satira, in definitiva, attraverso l’arma incruenta del sorriso assolve la funzione di ‘moderare i potenti’, di smitizzare e umanizzare i personaggi famosi, di umiliare i protervi, favorendo la diffusione di un clima di tolleranza che attenuerebbe le tensioni sociali. E’allora evidente quindi la diversità di funzione rispetto alle altre manifestazioni del pensiero, atteso che la satira non può, per sua natura, perseguire il fine di contribuire alla formazione della pubblica opinione”.

 

In pratica, il contrario di quello che storicamente è la satira, il cui compito non è affatto spargere moderazione sulle tensioni, bensì denunciare le malefatte del potere. Contribuisce, eccome, alla formazione della pubblica opinione: compito, anzi, che in Italia viene spesso svolto solo dalla satira, considerato il livello medio dell’informazione giornalistica.

Confalonieri, comunque, è solo l’esempio più illustre; ma la tattica di bollare la satira sgradita come “non satira” è estremamente diffusa, anche tra i comuni mortali. Infatti è adattissima alla psicologia del moderato estremista: aduso a ragionare a compartimenti stagni, si esalta moltissimo nell’attribuire o negare patentini alle opere rientranti nell’odiato genere. Sfortuna vuole che, come tutte le forme artistiche, la satira abbia confini molto relativi e che la parola “relativo” sia una delle più ostiche per il moderato estremista. Di conseguenza, egli sente l’esigenza di irrigidire questi confini, piazzandoli ovviamente a casaccio, a seconda dell’esigenza del momento.

In alcuni casi, i confini non vengono nemmeno dichiarati: il moderato estremista si limita a sentenziare: “Questa non è vera satira”, reiterando successivamente la formula con la tecnica delle composizioni di frasi modulari (vedi).

 

La satira è un’arte nobile, ma questa è satira volgare: E’ raro, ormai, che la satira venga censurata a causa delle parolacce (per il moderato estremista, “volgare” e “parolaccia” sono sinonimi). Infatti viene censurata per tutt’altri motivi, ma quello della volgarità resta uno dei migliori alibi. Storica la motivazione con cui la Rai scelse di non mandare in onda la seconda parte di “Questa sera si recita Molière”, protagonista Paolo Rossi: la presenza di ben dieci parolacce. Certo, che proprio la Rai sollevi la questione della volgarità fa un po’ ridere. Ma tant’è; il moderato estremista ha buon gioco nel titillare le morbose paure dei benpensanti: è tutta colpa delle parolacce e tutti fanno finta di crederci.

Talora si fa presente che Aristofane, padre della satira, usava un linguaggio che avrebbe fatto inorridire il pio Formigoni (che invece non inorridiva per il bunga-bunga dell’ottavo nano, ovviamente). La risposta del moderato estremista è quasi sempre la stessa: “E con questo? Vorresti paragonarti ad Aristofane?”

 

Rispetto la satira, ma questa è di cattivo gusto: La motivazione del cattivo gusto è la variante avanzata di quella delle parolacce. A differenza di queste ultime, infatti, che bene o male sono oggettivamente identificabili, il cattivo gusto è di quanto più soggettivo ed evanescente ci possa essere. Un po’ come il "comune senso del pudore", in nome del quale sono state perpetrate le peggiori censure. Infatti il cattivo gusto viene tirato in ballo per disperazione, quando non si sa cos’altro inventarsi, prevalentemente ad opera di peones che vedono toccato il loro leader o i loro slogan: essendo solo agli inizi della loro carriera, infatti, hanno capacità argomentative ancora più limitate. In realtà, contrariamente alle apparenze, l’uso della categoria del cattivo gusto è consigliabile solo ai più esperti: essendo politically correct, il moderato estremista non potrebbe mai sostenere l’oggettività del cattivo gusto, quindi occorre molta astuzia.

L’opera satirica ideale per parlare di cattivo gusto è la vignetta: l’impatto è immediato, la battuta è secca, la denuncia è diretta. In più, spesso gioca sul paradosso, che letteralmente significa “contrario all’opinione comune”: un’eresia, per il moderato estremista, che infatti spesso non capisce il paradosso e lo bolla come mendace e immorale o, appunto, “quanto meno di cattivo gusto”.

La vignetta usa spesso anche la provocazione. Basta che il disegnatore ci metta dentro un totem (Napolitano, il Papa, i terremotati, la Mamma, i deportati, Gesù), che scatta l’accusa di cattivo gusto, anche quando non è il totem l'oggetto della satira. Come il paradosso, anche la provocazione ha un effetto repellente per il moderato estremista, che la prende alla lettera. Quando Gaber cantava: “La scomparsa totale della stampa sarebbe forse una follia / Ma io, se fossi Dio, di fronte a tanta deficienza non avrei certo la superstizione della democrazia”, ovviamente non stava invocando la censura o la dittatura; anzi, voleva spronare i giornalisti a fare il loro lavoro con onestà intellettuale. Ma è inutile dire che, ogni volta che Gaber usava simili provocazioni, molti moderati estremisti dicevano che era diventato di destra.

 

La satira ha sempre il mio plauso, ma questa satira è di parte: Il mito della satira bipartisan, proprio delle epoche di decadenza, ha ovviamente vissuto una nuova giovinezza durante la ruggente Seconda Repubblica. Leggendaria la teoria di Lucia Annunziata, quando era presidente della Rai: massimo rispetto per la satira (chiaramente), l’importante è che sia a 360 gradi. Un tocco di genio imitato da molti: alla satira con par condicio, non sarebbe arrivato nemmeno Buttiglione. Scambiando il satirista per un telegiornale o per un giullare on demand, il moderato estremista vorrebbe che colpisse un po’ qua e un po’ là, per non scontentare nessuno: solo così dimostrerà di essere un satirista equilibrato. Viceversa, viene accusato di essere “di parte”.  Quale parte, poi, solitamente è arduo a capirsi: i satiristi stanno sulle palle a destra e a sinistra. D’Alema, se potesse, manderebbe la Guzzanti al confino.

In realtà, anche se raramente ha idee conservatrici, il satirista è semplicemente un libero pensatore.  Ma spiegarlo è vano: per il moderato estremista, tutto ciò puzza di ambiguità e relativismo.

 

Massima ammirazione per la satira, ma questa satira eccita gli animi: E’ la formula solitamente usata quando la satira si serve della provocazione o del paradosso, che -come abbiamo detto- viene visto dal moderato estremista come il fumo negli occhi. Il paradosso tende a suscitare i peggiori istinti, anche nei moderati estremisti meno radicali, che cominciano ad agitare corone d’aglio per allontanare il Maligno. Capovolgere l’ottica comune per rafforzare un messaggio o per porre dei dubbi, infatti, è per il moderato estremista un sinonimo di ambiguità, se non l’anticamera del terrorismo. Al satirista viene negata qualunque autorevolezza artistica o etica, ed è bollato come un cattivo maestro. 

 

Posso esprimere una critica o i satiristi pensano di godere dell’immunità totale?: In taluni casi, come in questa frase, l’estro del moderato estremista giunge a cime di inaspettata creatività. Si può arrivare a simili traguardi quando in una conversazione (di solito su Facebook, che si presta notevolmente) si mescolano un po’ tutte le dinamiche del moderato estremista.  

 

 

Letto 4046 volte Ultima modifica il Domenica, 17 Giugno 2012 19:56

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