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Lunedì, 04 Novembre 2013 20:44

Primarie, sfida sull'identità del Pd

Scritto da  Andrea Gurioli
da sx a dx: Pittella, Cuperlo, Renzi, Civati da sx a dx: Pittella, Cuperlo, Renzi, Civati

L’8 Dicembre si avvicina celermente, il fermento nel Partito Democratico cresce di pari passo, il suo destino pare ormai pronto a compiersi. No, non è l’alba di un’epocale battaglia, è solo la road map verso le primarie democratiche. Sono quattro gli aspiranti candidati al ruolo di segretario di quello che, nonostante scandali, litigi perenni, equivoche e contraddittorie prese di posizioni, pare ancora essere il primo partito italiano.

I più celebri sono Matteo Renzi, sindaco di Firenze e Pippo Civati, parlamentare PD; il forse meno celebre, ma più accreditato concorrente di Renzi, Gianni Cuperlo, e infine Gianni Pittella, vice presidente del Parlamento europeo, ma sicuramente il meno probabile successore di Epifani, nonché principale candidato ad essere tagliato nelle “preliminarie” di metà Novembre.

Ebbene sì, forse non tutti sanno che alle primarie dell’8 Dicembre non saranno quattro i competitor, bensì tre. I tesserati saranno chiamati alle urne dei rispettivi circoli per sancire chi dei quattro dovrà lasciare la corsa alla segreteria.


Tanto quanto appare scontato il risultato di questa fase preliminare, non lo è affatto invece lo scontro di Dicembre; a detta di tutti i media Renzi avrebbe la vittoria in pugno. Personalmente non sono di tale avviso, è senz’altro corretto ritenere il sindaco di Firenze il favorito nella competizione, in quanto, chi è riuscito a ottenere il 40% dei consensi con tutto il partito contro, solamente un anno fa, ora, con una discreta parte di esso dalla propria, pare molto probabile una sua affermazione.


Attorno alla figura politica di Renzi si sono riunite sostanzialmente tre anime: in primis, coloro che vedono in Renzi il futuro della politica. I duri e puri, quelli che lo seguirebbero anche in una scissione. Poi vengono coloro che sono sempre stati minoranza all’interno del Pd ora e dei partiti che lo hanno composto, prima. Sono le voci interne inascoltate, accantonate da sempre dall’ortodossia di partito, che pur venendo da esperienze e concetti estremamente eterogenei, si sono riuniti attorno alla figura forte del sindaco di Firenze, per un riscatto contro coloro che da sempre li hanno zittiti. Infine, coloro che sono stanchi di perdere. Sembra semplicistico e riduttivo, ma parlando con la gente nei circoli, alle Feste Democratiche e per strada, molti, soprattutto dai quarantenni in giù, è limpida l’equazione: se vuoi cambiare l’Italia, devi governare. Basta stare all’opposizione arroccati sull’illusione di essere migliori degli altri. Su questo brucia ancora in modo insopportabile l’epilogo delle ultime elezioni politiche e la disfatta politico-comunicativa della campagna elettorale di Bersani. A quanto pare la cosiddetta nomenclatura democratica, catapultata dai precedenti partiti di provenienza, abbia esasperato gli animi di chi non possiede una forte caratterizzazione politica precedente, soprattutto di matrice PCI.

Renzi gode del sostegno di gran parte degli amministratori locali democratici, da Fassino a Bianco, da Merola a Marino, ecc.. e il bilancio dei segretari di circolo dalla sua è decisamente decuplicato, rispetto al misero 2% delle precedenti primarie.


Nonostante tutto ciò, sarebbe rischioso pensare a un esito scontato, in quanto la forza del suo principale avversario, Cuperlo, è il sostegno dei mammasantissima del PD. Con il parlamentare friulano, stanno infatti il “leader massimo” D’alema, suo vero e proprio mentore sin dai tempi del Pds, l’ex segretario Bersani, il popolare Fioroni – precedentemente corteggiatore di Renzi, ma respinto vigorosamente- e molte altre figure di spicco del partito.


L’apporto di tali correnti è molto più forte di quanto si possa immaginare, in quanto il voto imposto dall’alto in determinate regioni è ancora la prassi interna al partito; se gli under40 sono più liberi dalle pressioni, non lo sono gli over. L’esercito dei volontari delle Feste Democratiche, le vecchie glorie del partito che seguono ciecamente gli ordini e gli indirizzi imposti dai capi, voterebbero chiunque gli fosse indicato di votare. Tutto ciò non deve sminuire le capacità reali di uno stimato professore universitario e autore, come Gianni Cuperlo, ma è fortemente indicativo del partito che emergerà dalla sua vittoria.


Infine Civati, coetaneo del sindaco di Firenze e promotore insieme a lui del concetto di rottamazione nel 2010, poi allontanatisi per visioni discordanti su come avrebbe dovuto evolversi il partito. 

Civati potrebbe essere l’outsider della disputa, sostenuto da una platea giovane e dinamica che guarda a sinistra che apprezza la sua coerenza (non ha partecipato al voto di fiducia sul governo Letta, in quanto contrario a quanto sostenuto in campagna elettorale) e il suo essere lontano dalle attuali manovre di potere interne.


L’essenza dello scontro tra i tre – me ne perdoni ancora una volta Pittella, se alle consultazioni preliminari dovesse farcela, dovrò fare ammenda a vita - non pare essere un chiaro programma su come dovrà essere l’Italia bensì sulla stessa identità futura dell Partito Democratico.

Partito snello (comitato elettorale?), moderno, quasi anglosassone per i renziani. Abbandono della pachidermica struttura ereditata dal PCI, permanenza e rilancio della presenza sul territorio, ma a discapito della radicalizzazione negli enti e nelle forze economiche locali. Una forza politica che guarda ai laburisti sul modello di Blair, oppure, ma con le dovute differenze, ai democratici di Obama. Abolizione della piaga delle correnti interne e sintesi delle differenti anime del partito, che si consolidino attorno alla figura del leader carismatico, in grado di competere mediaticamente e politicamente con avversari che fino ad ora hanno dimostrato di interpretare meglio l’evoluzione della comunicazione politica, che la si veda in modo positivo o negativo.

Un linguaggio diretto, immediato e moderno, lo stesso messaggio che cerca di mandare anche la mozione Civati, che però punta a un partito di chiara ispirazione socialdemocratica, sul modello francese o tedesco.


Il PD di Cuperlo, sembra al contrario un partito ancorato a se stesso e al peso delle precedenti esperienze politiche, alla riscoperta di un’identità che probabilmente non ha mai avuto. Un forte no alla figura del leader carismatico, dai toni considerati berlusconiani nei modi e nell’accentramento attorno a sé dell’attenzione mediatica; forse si dimentica la grande tradizione di leader carismatici della sinistra italiana, da Togliatti a Berlinguer.

L’assemblearismo cuperliano pare essere più figlio della profonda crisi identitaria della sinistra italiana, che l’ha trasformata in forza conservatrice piuttosto che progressista.


Sono tre partiti differenti che si ritroveranno a fare i conti l’8 Dicembre, in una sfida non priva di colpi bassi, di truppe cammellate inviate ai seggi, equilibri precari e quell’atmosfera di sospetto che accompagna puntualmente ogni passaggio democratico della nostra repubblica.

 

 

 

 

Letto 3585 volte Ultima modifica il Martedì, 05 Novembre 2013 18:21

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