Il Bolognino

Sabato, 14 Dicembre 2013 11:09

Finanziamento pubblico ai partiti, l'eterna battaglia

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Il governo Letta ha approvato un decreto che abolisce il finanziamento pubblico ai partiti, sostituendolo dal 2017 con un finanziamento privato volontario. Il tanto discusso e ora tanto odiato finanziamento pubblico ai partiti è tuttavia una riforma piuttosto recente se si guarda la storia repubblicana.

Ieri, con decreto legge il governo Letta ha abolito nuovamente il finanziamento pubblico ai partiti - che vigeva sotto mentite spoglie di rimborsi elettorali - introducendo un sistema nuovo fatto di donazioni ai partiti regolamentate. Ma prima di parlare del nuovo sistema di finanziamento è opportuno capire il perché la materia del finanziamento ai partiti sia sempre stata una spina nel fianco del nostro sistema Istituzionale, e il perché è necessario stabilire un qualche tipo di finanziamento per i partiti.

 

Siamo nella seconda metà degli anni 60, in pieno boom economico e l'Italia è scossa dalla prima grande notizia di corruzione. E' lo scandalo Trabucchi del 1965, seguito nel 1973 dallo scandalo Petroli. Il 13 febbraio 1974 i segretari amministrativi dei partiti di governo (DC, PSI, PSDI, PRI) furono indagati dalla magistratura genovese per aver ricevuto fondi dall'Enel (compagnia elettrica di Stato) e dalle compagnie petrolifere, per una politica energetica contraria alle centrali nucleari: secondo il giudice Mario Almerighi, la tangente era del 5 per cento sui vantaggi derivanti ai petrolieri dall' approvazione di quelle leggi; era dunque direttamente conseguente agli effetti dei vari provvedimenti legislativi e non una tangente su contratti, su forniture. Quel cinque per cento veniva ripartito, in proporzione al rispettivo peso politico, tra tutti i partiti di governo[1].

Lo scandalo petroli mise nero su bianco quella scomoda verità tacciata per molto tempo. I partiti di governo, di centrodestra, si finaziavano principalmente con i fondi neri derivanti da accordi segreti o tangenti che le grandi aziende pubbliche pagavano loro. Il sistema corruttivo era rodato da tempo, e nacque negli anni 50 come risposta al mancato finanziamento pubblico dei partiti, che la Costituzione non aveva voluto né previsto.


Nel 45 i padri Costituenti avevano previsto una forma partito più simile alla libera associazione, e perciò non era stata prevista nessuna forma di finanziamento per i partiti. Tuttavia le deboli Istituzioni democratiche dovettere subito fronteggiare infrastrutture allo sfascio totale, conti in rosso e una persistente e tremenda differenza culturale e linguistica tra nord e sud, un Italia che non era ancora unita, e già era esacerbata tra cattolici e non cattolici. Su questo quadro di instabilità generale ricopriva una certa importanza anche la grande distanza economica e culturale tra città e campagna, avvertita sopratutto nel nord industriale, ma presente in tutta la nazione. Ragion per cui alle Istituzioni presto fecero da contraltare e da collante unificatore della nazione proprio i partiti, che perciò assunsero da subito maggiore importanza Istituzionale di quella prevista dai padri Costituenti. Maggiore significatività perché furono proprio i partiti di massa, principalmente la Democrazia Cristiana e il Partito Comunista a unificare nelle loro subculture un Italia che tutto sembrava fuorché una nazione unica. Questo ruolo accessorio, ma necessario che svolsero i partiti, dal 45 fino almeno ai tardi anni 70 determinò anche un inevitabile strutturazione su tutto il territorio nazionale, con sedi, giornali, associazioni di partito, che erano necessarie ma non potevano essere interamente finanziate dagli iscritti; ciò spinse i partiti a cercare altrove dei finanziamenti continui e cospicui.

La mancanza di finanziamento pubblico portò il PCI a chiedere soldi al PCUS sovietico e la DC a costruire un patto con le aziende di Stato, che si rilevò poi l'inizio della rovina tangentizia italiana nonché il prequel dello Scandalo Petroli.

Arriviamo perciò alla legge Piccoli n. 195 del 2 maggio 1974, proposta da Flaminio Piccoli (DC), la norma viene approvata in soli 16 giorni con il consenso di tutti i partiti, ad eccezione del PLI.


La legge Piccoli istituisce il finanziamento pubblico ai partiti perché il Parlamento intendeva rassicurare l'opinione pubblica che attraverso il sostentamento diretto dello Stato, i partiti non avrebbero avuto bisogno di collusione e corruzione da parte dei grandi potentati economici.


Ma l'ondata populista e liberista non si sarebbe fatta molto attendere. L'11 giugno 1978 si tiene il referendum indetto dai Radicali per l'abrogazione della legge sul finanziamento pubblico ai partiti, la 195/1974. Nonostante l'invito a votare "no" da parte dei partiti che rappresentano il 97% dell'elettorato, il "si" raggiunge il 43,6%, pur senza avere successo. Il finanziamento pubblico ai partiti non piace alla metà degli italiani, ma tuttavia resta saldo lì dov'è.

 

Nel 1980 una proposta di legge socialista vorrebbe introdurre il raddoppio del finanziamento pubblico, ma viene messa da parte al momento dell'esplosione dello scandalo Caltagirone, con finanziamenti elargiti dagli imprenditori a partiti e a politici.

 

E' il Presidente della Repubblica Pertini a firmare la legge voluta da Spadolini, La Malfa, Andreatta, Darida che raddoppia il finanziamento pubblico ai partiti. La legge n. 659 del 18 novembre 1981[11][12] introduce infatti:

  1. i finanziamenti pubblici vengono raddoppiati;
  2. Partiti e politici (eletti, candidati o aventi cariche di partito) hanno il divieto di ricevere finanziamenti dalla pubblica amministrazione, da enti pubblici o a partecipazione pubblica;
  3. viene introdotta una nuova forma di pubblicità dei bilanci: i partiti devono depositare un rendiconto finanziario annuale su entrate e uscite, per quanto non siano soggetti a controlli effettivi.

Siamo arrivati agli anni 90, a Tangentopoli e la sfiducia nei confronti della classe politica è tale da rovesciare i vecchi partiti. Da lì in avanti l'odio popolare nei confronti dei partiti continuerà a crescere, anche senza ragioni, alimentato da comizi populisti e convinzioni economiche ridicole non suffragate da fatti, ma che hanno larga presa tra gli strati meno istruiti della popolazione.



Il referendum abrogativo promosso dai Radicali Italiani dell'aprile 1993 vede il 90,3% dei voti espressi a favore dell'abrogazione del finanziamento pubblico ai partiti. Tuttavia la fine del finanziamento avrebbe determinato la presenza di una sola forza politica, quella del miliardario Silvio Berlusconi. Ecco allora, che si escogita di far tornare dalla finestra ciò che è uscito dalla porta.

La legge n. 2 del 2 gennaio 1997[15][16], intitolata "Norme per la regolamentazione della contribuzione volontaria ai movimenti o partiti politici" reintroduce di fatto il finanziamento pubblico ai partiti.


Il provvedimento prevede la possibilità per i contribuenti, al momento della dichiarazione dei redditi, di destinare il 4 per mille dell'imposta sul reddito al finanziamento di partiti e movimenti politici (pur senza poter indicare a quale partito). La legge però fallisce perché il contributo volontario del 4 per mille risulta minimo.

Il Comitato radicale promotore del referendum del 1993 sull’abolizione del finanziamento pubblico tenta il ricorso rispetto al tradimento dell’esito referendario ma gli viene negata dalla Corte Costituzionale la possibilità di depositare tale ricorso.

Nel 2000 un ulteriore referendum promosso dai Radicali propone l'abolizione della legge sui rimborsi elettorali. I referendum del 2000 non raggiungono il quorum e, in particolare, quello sull'abolizione dei rimborsi elettorali viene votato solo dal 32,2% degli aventi diritto, mantenendo quindi la legge vigente.

Wikipedia italia ricostruisce con dovizia di particolari le ultime schermaglie sul finanziamento pubblico ai partiti: la normativa viene ulteriormente modificata dalla legge n. 156 del 26 luglio 2002, recante “Disposizioni in materia di rimborsi elettorali”, che trasforma in annuale il fondo e abbassa dal 4 all'1% il quorum per ottenere il rimborso elettorale. L’ammontare da erogare, per Camera e Senato, nel caso di legislatura completa più che raddoppia, passando da 193.713.000 euro a 468.853.675 euro. In sostanza le 4000 lire "a voto" precedentemente previste furono convertite in 1€, ma stabilendosi che l'importo dei fondi non fosse riferito all'intera legislatura ma a ciascun anno della stessa. A conti fatti, pertanto, i partiti aventi diritto al rimborso ottennero più del doppio rispetto al meccanismo del 1999.

 

Infine, con la legge n. 51 del 23 febbraio 2006 (di conversione del cd. decreto mille proroghe) si stabilì che l’erogazione è dovuta per tutti gli anni di legislatura, indipendentemente dalla durata effettiva della stessa. Con la crisi politica italiana del 2008, i partiti iniziano a percepire il doppio dei fondi, giacché ricevono contemporaneamente le quote annuali relative alla XV Legislatura della Repubblica Italiana e alla XVI Legislatura della Repubblica Italiana. Questa possibilità di "rimborso multiplo" è stata eliminata con effetto immediato con la l.conv. n. 122/2010.


La legge 6 luglio 2012, n. 96[17]ha introdotto numerose novità. La legge 96, oltre a ridurre con effetto immediato a 91 milioni di euro l'ammontare del finanziamento pubblico (rispetto agli 182 milioni previsti), ha introdotto un criterio-base rigido e non più variabile, distinguendo il contributo pubblico in una sorta di "doppio binario", perché separa il contributo come "rimborso" delle spese per le consultazioni elettorali e quale "contributo" per l'attività politica, dal contributo "a titolo di cofinanziamento", assegnando rispettivamente il 70% ed il 30% dei 91 milioni di euro complessivamente previsti.

Riguardo il primo "tipo" di finanziamento (ovvero il "rimborso" più "contributo"), la riforma mantiene i 4 fondi (elezioni di Camera, Senato, Europarlamento e Consigli regionali) con assegnazione di 19,5 milioni di euro per ciascun fondo, e chiedendo quale requisito semplicemente il candidato eletto, eliminando la soglia dei voti validi. È rimasto inalterato, invece, il criterio di ripartizione delle somme tra le varie liste. Riguardo il secondo "tipo" di finanziamento (ovvero il "contributo a titolo di cofinanziamento"), invece, per ciascuno dei 4 fondi sono assegnati 6,285 milioni di euro. Per questo finanziamento, però, i criteri cambiano perché le liste hanno diritto ad esso non solo se ottengono il candidato eletto, ma pure se ottengono il 2% dei voti validi.

 

Siamo all'oggi. Nella legge che dal 2017 toglierà, di nuovo diciamo noi, il finanziamento pubblico dei partiti, e lo sostituirà con un finanziamento volontario sul 2 per mille delle dichiarazioni dei redditi. Il governo ha previsto una eminente novità rispetto al passato: la quantità di denaro inoptata resterà allo Stato e non verrà distribuita ai partiti o al partito maggioritario, come invece succede con il 5 per mille destinato alle religioni, la cui parte inoptata finisce alla Chiesa Cattolica. 

Nel decreto c'è anche l'obbligo di certificazione esterna dei bilanci dei partiti, per impedire falsi in bilancio e fondi neri. La riforma prevede un passaggio graduale dal sistema attuale al nuovo sistema: nel 2014 è prevista una riduzione del finanziamento pubblico del 25%, nel 2015 del 50% e nel 2016 del 75%. Il nuovo sistema andrà a regime dal 2017 quando il sistema attuale sarà abolito totalmente e sostituito dalle donazioni volontarie. Abbiamo già visto che nel passato le donazioni volontarie hanno riscosso scarso successo.

Le ultime modifiche al testo, volute dalla maggioranza vedono uno sgravio fiscale per chi deciderà di donare soldi ai partiti e prevede l'abbassamento delle aliquote: chi donerà soldi ai partiti godrà di detrazioni al 37% tra i 30 euro e i 20 mila euro, al 26% tra i 20 mila e i 70 mila euro.

Per completezza e correttezza di cronaca bisogna dire che il finanziamento pubblico ai partiti non è un esclusiva italiana, né per modalità, né per quantità. Il finanziamento, seppur con modalità diverse, è previsto in tutti i paesi occidentali ed avanzati e anche in alcuni paesi molto poveri come Congo, Perù e alcuni paesi africani. Il finaziamento pubblico è presente anche nelle patrie del liberismo: Uk e Usa. Negli Usa però, non è mai stato utilizzato per la corsa alle presidenziali da nessun candidato. Il motivo è semplice, la legge prevede che il candidato possa scegliere solo tra finanziamento pubblico o finanziamento privato. E il finanziamento privato è assai più cospicuo di qualsiasi finanziamento pubblico, sia per via dell'intensa attività di lobbing regolamentata sia per la mentalità degli americani, che donano volontariamente grandi quantità di denari ai due maggiori partiti.

 

 



Letto 2179 volte Ultima modifica il Lunedì, 16 Dicembre 2013 18:48

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