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Sabato, 19 Novembre 2016 16:11

Speciale Riforma Costituzionale 1: fine del bicameralismo paritario

Scritto da  Riccardo Patrian

In vista del referendum sulla riforma costituzionale, il bolognino pubblica una serie di speciali che analizzano punto a punto la riforma, su cui il 4 dicembre prossimo saremo tutti tenuti a decidere. A scrivere abbiamo Riccardo Patrian, politologo. Questo primo speciale riguarda il superamento del bicameralismo "perfetto" o paritario.

È importante che il Senato abbia funzioni diverse dalla Camera?


Sì, abbastanza. Avere due camere che fanno cose diverse aumenta l’efficienza dell’attività legislativa, snellendola, e crea maggiori presupposti perché anche la qualità dell’attività legislativa migliori. Avere due camere che fanno le stesse cose è generalmente visto come qualcosa di superfluo e bizzarro.

 

SINTESI
Il bicameralismo paritario, che esiste solo da noi e in Romania, rende l'attività legislativa farraginosa, soprattutto in un’epoca dove il mondo “reale” viaggia sempre più velocemente. È vero che tanti dei problemi sulla velocità d’approvazione delle leggi sono legati a questioni politiche, come la stabilità della maggioranza di governo. Però avere un sistema con due camere che si occupano esattamente delle stesse cose è inutile nel migliore dei casi e dannoso per la qualità delle leggi nel peggiore. Quando la maggioranza nel Senato non è solida, ricadiamo pienamente nella categoria “peggiore dei casi”. Da noi è successo in 15 degli ultimi 22 anni con due leggi elettorali diverse (1994-2000; 2006-2007; 2011-oggi).


Per risolvere il problema ci sono altre soluzioni possibili: per esempio il monocameralismo. Tuttavia la soluzione su cui si vota al referendum, ovvero la differenziazione delle competenze delle due camere, è una soluzione molto buona. Non a caso, è la soluzione che hanno adottato nel tempo Regno Unito, Spagna, Francia, Germania, Australia, ecc.

 

Il BICAMERALISMO NELLA STORIA E NELL'ATTUALITA' POLITICA
La creazione di un bicameralismo paritario e ridondante fu criticata fin da subito e a buona ragione: era venuto fuori qualcosa che non esisteva pressoché in nessun altro paese, un doppione creato quasi per sbaglio come compromesso tra i vari partiti (non mi dilungo sulla faccenda, ma chi vuole trova un riassunto qui, al punto 1.3:http://www.carlofusaro.it/io_la_penso_co…/bicameralismo.html).

 

Ben presto sono emerse le magagne e l’inefficienza del sistema, soprattutto in un paese come il nostro, dove di solito i governi sono formati da coalizioni tra partiti, che tra l’altro sono anch’essi frammentati e litigiosi, tanto allora (correnti DC, scissioni del PSI) quanto oggi (spaccature nel PD, scissioni nei partiti di Berlusconi, epurazioni e dimissioni tra i 5 Stelle).
Nelle parole di Giuliano Amato, due volte capo di governo, il governo è come un naufrago che mette i suoi disegni di legge in bottiglie che lancia nel mare del parlamento. Prima o poi, di solito dopo almeno nove mesi, le bottiglie arrivano sulla spiaggia dell’approvazione. A quel punto il testo originale è ormai quasi illeggibile.
Il risultato qual è? Che per ovviare alle inefficienze del nostro sistema parlamentare dobbiamo usare uno strumento legislativo che dovrebbe essere d'emergenza e invece, da 40 anni a questa parte, è per noi la normalità: il decreto legge.

Funziona così. Siccome per ogni legge il governo ha davanti a sé la prospettiva di un travaglio parlamentare lungo mesi (il migliore dei casi) o anni (il peggiore), con il rischio di continue modifiche e ostruzionismi vari soprattutto in caso di maggioranza debole al Senato, il governo scavalca il parlamento in toto con un bel decreto legge.
Il decreto legge deve però essere trasformato in legge ordinaria dal parlamento entro 60 giorni dalla sua adozione: ecco allora che la discussione parlamentare di Camera e Senato viene costretta in tempi ben precisi su un testo imposto dal governo e già in uso nel paese. Siccome le due camere fanno una fatica bestia ad analizzare i testi in così poco tempo, con la scusa che il decreto sta per decadere di solito si arriva al punto in cui il governo tronca di netto la discussione parlamentare apponendo un bel voto di fiducia sul provvedimento.

Finisce qui? No. Siccome – giustamente – i parlamentari un po’ si scocciano quando il governo impone la questione di fiducia impedendo qualsiasi modifica al testo, il governo ci mette una pezza introducendo un cosiddetto maxiemendamento nella legge di conversione del decreto: papocchi lunghi pagine e pagine in cui ci si mette dentro tutti gli emendamenti concordati tra parlamento e governo, e che troppe volte vengono usati anche per modificare altre leggi per velocizzare i tempi. I maxiemendamenti fanno schifo a tutti, non c’è presidente della repubblica che non li abbia criticati, però alla fine ci si tura tutti il naso e si chiude un occhio perché altrimenti il carrozzone non va avanti.

 

OBIEZIONI
1) “Sì, ok. Però la fine del bicameralismo paritario non annullerebbe automaticamente il ricorso a decreti legge, maxiemendamenti ecc.”

Vero. Ma sgombrare il campo da tantissime storture renderebbe il ricorso a queste misure decisamente meno necessario. Inoltre, con un sistema diverso e più efficiente l’abuso di decreti, voti di fiducia e maxiemendamenti che ci affligge da 40 anni potrebbe finalmente venire censurato più fortemente da chi di dovere (media, partiti di opposizione, presidenti della repubblica, corte costituzionale – che ha iniziato a farlo timidamente solo di recente). Il governo avrebbe molte meno scuse.
Siamo l'unico paese ad abusare dei decreti legge. Siamo l'unico paese con il bicameralismo paritario (OK, c’è anche la Romania, che l'ha copiato da noi). La causalità nelle scienze sociali non esiste o quasi, però il dubbio viene.

2) “Sì ok, però, quando vogliono, i governi fanno fare le leggi molto velocemente ai propri parlamentari, senza bisogno di decreti voti di fiducia!”

Vero, ci riusciva soprattutto Berlusconi di tanto in tanto quando aveva delle maggioranze larghe (non sempre), per esempio quando decise di adottare il Porcellum prima di andare alle elezioni nel 2005/06. Di altri casi ce ne sono stati davvero pochi, e tutti legati a un qualche tipo di emergenza (nel caso di Berlusconi, emergenze personali).

 

SOLUZIONI
Come si risolve l’annosa faccenda della farraginosità del bicameralismo paritario? Tre le soluzioni, A, B e C.

A) Si abolisce il Senato e si diventa un parlamento monocamerale, come in Grecia, Portogallo, Danimarca, Finlandia, Svezia (che passò al monocameralismo nel 1971). È un’opzione, però è anche vero che avere una seconda camera che fa cose diverse può essere più utile. E infatti tutti i paesi di medio-grande dimensione preferiscono avere una seconda camera, che di solito rappresenta gli enti locali... che è quello che ci darebbe il sì al referendum.

B) Si rende il Senato esattamente identico alla Camera anche per quanto riguarda il sistema elettorale e l’elettorato, così da essere sicuri che il governo abbia esattamente la stessa maggioranza in entrambe le camere.
Questo bicameralismo paritario 2.0 richiede comunque modifiche costituzionali (quindi almeno due anni di lavoro parlamentare): la differenza nella composizione dell’elettorato è scritta nella costituzione, che dice anche che i senatori sono eletti su base regionale (a differenza della Camera), cosa che complica un po’ le cose. Ma anche volendo, rimane il punto di partenza: a cosa serve avere due camere identiche che fanno esattamente la stessa cosa? A niente, e infatti ce l’abbiamo solo noi.

C) Si decide che il Senato si occupa di cose diverse dalla Camera, come succede in tutto il mondo dove c’è il bicameralismo, e si occupa soprattutto di questioni costituzionali e riguardanti gli enti locali, come succede in tutti i paesi medio-grandi con enti locali. Bingo! È quello che il nostro Parlamento ha appena approvato con la riforma.

PROSSIMO POST 
Avere un Senato eletto indirettamente è grave? E che i nuovi senatori siano rappresentati dei consigli regionali e sindaci è un problema?

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