Il Bolognino

Martedì, 13 Dicembre 2016 13:47

La democrazia del compromesso ha vinto, scenari post referendum

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Bersani a sx D'Alema a dx Bersani a sx D'Alema a dx

Il referendum è fallito, il governo Renzi si è dimesso e in meno di 48 ore si è già conclusa la crisi di governo più breve della storia della Repubblica, con l'avvio del governo Gentiloni, per molti versi simile al precedente. Il referendum è stato visto dagli italiani come occasione per cambiare governo, ma non ne è stata percepita la vera essenza: si trattava di scegliere tra due visioni alternative di democrazia, la democrazia dell'alternanza se avesse vinto il SI, e l'attuale democrazia, quella ideata dai padri costituenti e tanto odiata da buona parte dell'elettorato, cioè la democrazia del compromesso o della coalizione, se avesse vinto il No. Con il No, ha vinto la democrazia del compromesso, e il governo Gentiloni ne è il frutto più evidente, ma non l'unico.


Lo scorso 4 dicembre gli italiani hanno dimostrato a maggioranza di percepire il cambiamento unicamente come cambiamento di governo. Buona parte del No, infatti, si è recata alle urne incurante del quesito referendario con l'unico vero scopo di far cadere Renzi. Il referendum sulla Costituzione è diventato il referendum su Renzi e sul suo operato, che lo stesso ha perso. E' opportuno considerare, che nessuno avrebbe potuto vincere se fosse stato al posto di Renzi, vista la situazione politica italiana di tripolarismo: i due poli esclusi dal governo si sono coalizzati per rovesciare il Pd, proprio come è successo a Roma e a Torino. I trionfatori sono Grillo e il suo Movimento e le destre di Salvini, ma ci sono altri vincitori, più celati, più in secondo piano, che ritengo essere i veri vincitori di questo scontro tra due idee diverse di politica e di futuro. Mi sto riferendo alla sinistra Pd, o meglio, alla minoranza Dalemian- Bersaniana, che è stata per Renzi il principale oppositore politico negli ultimi quasi 3 anni di governo, e ha lavorato a livello locale e nazionale per far vincere il No, contro il proprio segretario.

 

L'obiettivo di D'Alema e Bersani, tuttavia non è stato solo far cadere Renzi. L'obiettivo finale è di ben più ampia prospettiva, ed è quello di andare a elezioni nel 2018 - niente elezioni anticipate come voleva Renzi e opposizioni - magari con un segretario diverso da Renzi - la sfida è solo posticipata al congresso del Pd che verrà deciso la prossima domenica e con una legge elettorale proporzionale. L'obiettivo della minoranza Pd è sempre stato quello di ricostruire l'alleanza di centrosinistra, con SEL - ora Sinistra italiana e con altre formazioni minori, i transfughi del Pd di Renzi, civattiani e perché no, anche con alcune parti del centro dello schieramento politico - gli ex democristiani. Per tornare alla politica delle coalizioni, una sorta di Ulivo 2.0, l'unico modo era quello di avversare decisamente il combinato disposto Italicum + riforma costituzionale, e ottenere una nuova legge proporzionale che porti inevitabilmente alle coalizioni. L'idea forte dei Dalemian-Bersaniani è quella di non precludersi anche la possibilità di costruire assieme a Berlusconi (di nuovo!) un sistema politico ad - escludendum contro il M5S, una grande coalizione che releghi il partito di Grillo a una perenne opposizione fine a se stessa. Che è poi la medesima strategia politica attuata dalla Dc nei confronti del PCI per i primi 60 anni di storia della Repubblica.

 

L'idea di partito e di sistema politico della minoranza Pd è perciò quanto di più lontano ci sia dal sentire popolare, già profondamente orientato alla democrazia dell'alternanza, come testimoniano le tante voci provenienti da tutto lo schieramento politico a favore di elezioni anticipate. Se fosse invece passata la riforma costituzionale, si avrebbe avuto uno scenario di competizione tra forze politiche alla pari, basato sull'alternanza tra maggioranza e opposizione, in pieno stile europeo. Uno scenario in cui la competizione elettorale sarebbe diventata su singoli partiti e non più su coalizioni grazie a un sistema elettorale maggioritario (l'Italicum), che avrebbe creato un sistema politico nel quale non ci sarebbe più stata necessità di fare accordi con i Verdini e gli Alfano (cioè con forze politiche minoritarie dell'opposizione) per sostenere in Parlamento maggioranze traballanti grazie all'eliminazione del Senato e al premio di maggioranza alla Camera, precondizioni di stabilità per gli esecutivi.


Dubito che la stragrande maggioranza di coloro che hanno votato No abbiano capito quale fosse la vera posta in gioco. Gli italiani non hanno capito che votando contro il governo, in realtà hanno votato contro la loro stessa idea di democrazia, cioè la democrazia dell'alternanza. Il messaggio arrivato alla politica è stato forte e chiaro, infatti l'effetto è stato la creazione di un nuovo governo con il manuale cencelli, in cui si è data rappresentanza a tutte le anime della maggioranza parlamentare, inclusi i due ministeri dati alla minoranza Pd: Finocchiaro e Valeria Fedeli (Bersaniana di ferro) alla scuola, in sostituzione di Stefania Giannini, per dare il contentino al mondo della scuola che ha votato in massa No contro la Buona Scuola di Renzi, cioè la riforma che avrebbe finalmente inserito un po di meritocrazia per il corpo docente. Il messaggio della vittoria del No al referendum è arrivato alla politica e ha indicato che la spinta innovatrice di Renzi è finita, e si può ricominciare coi giochi di palazzo.

I veri vincitori perciò sono D'Alema e Bersani, e più dietro, nascosti, Berlusconi e i centristi, pronti a tornare in gioco con coalizioni create per escludere dal potere i grillini. Una visione politica che non solo è molto lontana dal sentire della gente comune, ma che rischia di essere concretamente un harakiri per la classe politica italiana, perché una grande coalizione di tutti contro M5S, potrebbe portare il M5S a gonfiarsi fino a raggiungere la fantascientifica (ma non troppo) soglia del 50%+1. 

La palla ora va di nuovo a Renzi, che è comunque segretario del Pd. Se Renzi riuscirà a far vincere dentro al Pd di nuovo la propria leadership con il nuovo congresso, potrebbe bloccare sul nascere questa strategia politica e questa visione di futuro, che qui vi ho raccontato. Se le minoranze Pd coalizzate dovessero avere la meglio su Renzi anche nel congresso, assisteremo al vero canto del cigno del cambiamento in questo Paese, e saremo in toto tornati alla Prima Repubblica, dove i partiti facevano i loro comodi, si spartivano poltrone e le estreme erano tenute lontane dal governo con qualsiasi mezzo.
 

Letto 1056 volte Ultima modifica il Martedì, 13 Dicembre 2016 15:29

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