Il Bolognino

Giovedì, 18 Ottobre 2012 14:57

Reddito minimo garantito, battaglia di civiltà

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C'è chi come me vuole un Paese in cui tutti abbiano il diritto di vivere; e per rendere effettivo questo diritto i poteri pubblici devono sentire come loro dovere il sostegno ai cittadini nei momenti di difficoltà professionale e lavorativa. Non è certo il paese delle favole, ne l'isola che non c'è, ma una democrazia avanzata, che riconosca nei principi di autodeterminazione e felicità dell'individuo la propria dimensione democratica, proprio come è scritto a chiare lettere nell'articolo tre della Costituzione, che finora è rimasto sola vuota enunciazione stilistica.

 

 

Per raggiungere questo obiettivo, che non è “la crescita”, ma il progresso, le pensioni a pioggia stile Mezzogiono della prima repubblica non sono la migliore scelta di allocazione delle risorse. Serve una misura economica moderna adatta a vite flessibili, in continuo cambiamento, come lo è il reddito minimo garantito. Reddito minimo, perché non si tratta di una pensione, è una misura di welfare che è delimitata nel tempo e nella quantità (minimo), ma è tuttavia un reddito, perciò le persone dovrebbero essere in grado di pagare il luogo in cui dormono e mangiare. Garantito: ecco, ora di garantito alle giovani generazioni - specie se hanno fatto la scelta in salita di voler studiare e acquisire all'università un istruzione superiore – c'è solo un periodo di disoccupazione, senza reddito, senza sussidio, senza speranza per il futuro.

 

Il cambiamento di posto di lavoro per i giovani e ormai anche per i quarantenni, è sempre più spesso determinato dalla fine del contratto di lavoro, dalla presunta flessibilità, che in realtà impedisce di acquisire professionalità e competenza, che come chiunque abbia lavorato sa che sono componenti determinanti della produttività e crescono con l'esperienza nella mansione.

 

Ma che tipo di esperienza nella mansione può avere un giovane che cambia lavoro ogni sei mesi? Chi ha voluto una società insicura e senza certezze? La volontà è di quegli stessi poteri pubblici e poteri economici che da vent'anni a questa parte lavorano per distruggere il sistema democratico precedente, quello della Costituzione, basato sulla centralità del lavoro dipendente unico e che durava tutta la vita, normato da contratti nazionali.

 

Per coloro che da vent'anni a questa parte si sono affacciati progressivamente al mondo del lavoro, non esistono più i paracadute del welfare state dei più anziani ne la sicurezza del lavoro per la vita. Non ci sono, punto e basta. I contratti nazionali stanno per essere definitivamente surclassati da contratti aziendali e contratti individuali, riportando il diritto del lavoro italiano a prima delle lotte degli anni 50 del Novecento. Questo è un dato di fatto, ma non è una tragica fatalità dovuta al destino cinico e baro. C'entra con la globalizzazione, ma molto di più con le scelte politiche degli ultimi trent'anni.

 

Gallino, Slavoj Zizek e altri illustrissimi pensatori contemporanei sostengono infatti che la precarizzazione del lavoro sia precondizione perché la massa dei lavoratori dei paesi più avanzati (noi) possano mettersi in competizione con la massa dei lavoratori dei paesi emergenti. Questa dinamica dovrebbe permettere ai mercati di espandersi, e quando i mercati si espandono l'economia ne trarre beneficio e beneficio ne traggono poi alla fine anche i singoli lavoratori. Questo almeno nella teoria dell'economia liberista classica, che ancora oggi ci fanno studiare a scuola e all'università, anche se gli ultimi cinque anni hanno dimostrato oltre ogni ragionevole dubbio che questa teoria è sbagliata.

 

La precarizzazione è il modo più efficace per ridurre gli stipendi. Il livellamento verso il basso degli stipendi, mette in competizione lavoratori dei paesi ricchi con lavoratori dei paesi poveri, e così facendo rende unico il mercato, crea la globalizzazione dei prodotti e dei saperi. (La globalizzazione degli investimenti e della finanza è molto precedente e corrisponde alla seconda metà dell'Ottocento). Perciò è la precarietà che ha creato laglobalizzazione, non viceversa.

 

La globalizzazione non è quindi dovuta solamente alla tecnologia e alla maggiore facilità di spostamento di merci e informazioni da un capo all'altro del mondo; la globalizzazione è un processo produttivo ed economico – distributivo di scala mondiale, per buona parte indotto politicamente. E noi, ne siamo i suoi strumenti: sia come consumatori, che come produttori senza diritti.

 

Stante così le cose del nuovo sistema produttivo mondiale, uno Stato democratico che voglia ancora sentirsi democratico, nel quale cioè è il demos – il popolo – a decidere delle proprie sorti, non può accettare passivamente questa riduzione verso il basso dei propri cittadini. Lo Stato democratico non è e non deve essere mero amministratore, ma qualcosa di più: deve cioè farsi strumento attraverso il quale tutti decidono del loro destino. Ora questo non è, ma così dovrebbe essere, a meno di non ammettere candidamente che non viviamo più in una democrazia e prenderne atto. Se sono ancora la politica e le istituzioni a governare e non i mercati devono dimostrarlo, impedendo il gioco al massacro del nuovo sistema economico e produttivo mondiale, con un nuovo welfare state adatto a queste circostanze.

 

Il reddito minimo di garanzia è lo strumento giusto, non risolutivo, ma il primo mattone per il welfare state del 21 esimo secolo.

 

Chiamato prima reddito di cittadinanza, (poi abbandonato perché a buona parte della sinistra non piace il concetto di cittadinanza perché escludente - sul quale però si fonda anche il concetto stesso di democrazia e di libertà) poi denominato in alcuni casi di garanzia o più semplicemente reddito minimo garantito, è sostanzialmente quel meccanismo automatico, già presente in tutti i paesi europei – anche quelli più poveri dell'Italia, come ad esempio la Romania – che permette al lavoratore precario, di avere un reddito anche nei periodi in cui è in cerca di nuova occupazione tra un lavoro precario e l'altro. Terminato il contratto precedente, l'ammortizzatore sociale è la famiglia, che fa le veci dello Stato, del sistema produttivo, della comunità e del welfare che non c'è. Il reddito minimo garantito in Italia sono i risparmi dei genitori e le pensioni dei nonni.

 

Qui si aprirebbe un altro discorso, di tipo economico. Infatti, se il reddito minimo garantito dovesse diventare realtà si libererebbero immediatamente nell'economia tutta quella parte di reddito delle famiglie che ora va a sostenere i membri delle rispettive famiglie, che non lavorano. Questo al netto dell'intervento pubblico, costituirebbe un vero volano per l'economia e per i consumi come ci avevano spiegato i ragazzi della Fonderia.

 

La raccolta firme per la proposta di una legge popolare sul reddito minimo garantito è perciò una lotta di civiltà, prima ancora che una vetusta riedizione della classica lotta di classe. Qui si parla solo di lavoratori svantaggiati, che è giusto riportare al passo con chi in vita sua non è stato svantaggiato perché non ha conosciuto la precarietà. Vi invitiamo perciò a prendere visione sul sito della campagna per il reddito minimo di garanzia e recarvi ai banchetti e firmare. (www.redditogarantito.it/)

 

 

Letto 4385 volte Ultima modifica il Giovedì, 18 Ottobre 2012 16:42

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