Il Bolognino

Mercoledì, 19 Giugno 2013 18:44

L'accordo commerciale Ue-Usa

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E' imminente la firma di un accordo commerciale di grande portata tra Ue e Usa a Enniskillen, in Ulster. L'Europa non ha attualmente dazi sulle merci Usa, e tutte le potenze Ue fanno parte anche del WTO. Tuttavia tra le due sponde dell'Atlantico non passano molte merci. Quasi il 70% dell'interscambio internazionale del commercio dei paesi Ue si rivolge sul mercato interno europeo. Parallelamente l'economia Usa è molto più legata al Pacifico che non all'Atlantico e all'Europa.

 

 

Il WTO, la struttura internazionale voluta dagli stessi Usa per favorire la costruzione di un sistema globalizzato di merci ha comunque mantenuto delle grandi aree locali di commercio privilegiate, che di solito si identificano con i continenti: solo il mercato dei carburanti, i beni di lusso, i minerali e gli asset fondammentali sono realmente globali e globalizzati. I beni di consumo e manifatturieri godono di libero scambio, ma dal punto di vista dei flussi economici non fanno più di 5000 km di strada, restando appunto all'interno dello stesso continente d'origine. (con alcune scarse eccezioni come i personal computer)

 

La Germania della Merkel è tra le potenze europee che spingono verso questo accordo commerciale. La Germania è il maggiore beneficiario dell'euro, la forte valuta ha favorito l'economia più competitiva e produttiva, facendola diventare il primo esportatore dell'Ue, e il terzo in assoluto per valore a livello mondiale dietro a enormi potenze come Cina e Usa. Il mercato unico Europeo, al di là della retorica liberista e di quanto scritto sui libri di economia però non ha favorito tutti gli stati: c'è chi si è arricchito, c'è chi si impoverito.


Dal punto di vista europeo l'accordo di libero scambio è la logica continuazione ideologica – economica e politica del sistema Austerity. Infatti la Merkel è anche la maggior sostenitrice dell'Austerity che in Europa e in Italia sta prolungando la crisi di due anni e ora è messa in dubbio anche in Germania. Le politiche dell'Austerity hanno cercato di imporre lo Stato minimo, imponendo ai governi programmi economici di tagli con la scusa di ridurre il debito pubblico. L'obiettivo era altro: cancellare ogni intervento pubblico nell'economia, specialmente quei sistemi di compensazione economica che impediscono il pieno dispiegarsi delle dinamiche del mercato, leggi il welfare state. Welfare State nemico numero uno delle agenzie di rating, dei grandi investitori internazionali, della finanza bruciamiliardi e della Troika: una vera e propria lotta di classe al contrario. Riuscita in pieno.

In tutti i paesi e in Italia in particolare l'Austerity ha provocato assieme agli elementi di strutturale debolezza della nostra economia, una forte delocalizzazione produttiva, disoccupazione di massa e ha aumentato le disuguaglianze sociali tra una maggioranza che si è impoverita e una esigua minoranza che s'è arrichita. Il risultato è stato un impoverimento generale della nazione e parallelamente un aumento del debito pubblico, invece di una riduzione.

L'Austerity della Thacher degli anni 10 del 2000 (la Merkel) e le ricette neoliberiste volute da FMI, BCE e UE hanno imposto con forza il sistema neoliberista all'interno di quella che fu la riserva indiana Europa, un insieme di Paesi che dal Dopoguerra sono tornati ad essere tra le prime potenze del mondo grazie a quell'incredibile e riuscita mescola tra sistema capitalistico avanzato e intervento attivo dello Stato nell'economia, quella che fu l'economia sociale di mercato. Ora, che l'economia sociale di mercato è il passato, e sopravvive solo in parte nelle nazioni più forti politicamente (che non si fanno mettere i piedi in testa dalla Troika) Francia e Germania, oltre alle piccole economie scandinave, si può procedere al passo successivo, verso la piena globalizzazione e la piena applicazione delle teorie liberiste.

 

Dal punto di vista Usa, l'accordo di libero scambio è vitale. Nonostante le apparenze di solidità, l'economia a stelle e strisce sopravvive a stento grazie a massicce inserzioni di denaro operate dalla Banca Centrale e a un governo che attua da sempre politiche espansive, sopratutto in ricerca e sviluppo armamenti e infrastrutture. E anche grazie agli accordi di libero scambio, appunto: ma l'economia di Main Street arranca ancora. La delocalizzazione e la finanziarizzazione dell'economia reale è un invenzione americana, ma la subiscono anche gli americani.

Inoltre, la politica economica Usa ha fatto nascere e crescere la potenza Cina, con un piccolo problema: l'ormai superpotenza cinese detiene metà dei titoli di debito pubblico USA, e le due economie sono fin troppo interconnesse, con grande rischio per entrambe. L'accordo di libero scambio con l'Ue darebbe alle merci Usa quello sbocco in più, visto gli accordi internazionali con l'Asean (le economie avanzate dell'estemo oriente) e con il Brasile e la Cina non sono più sufficienti per un forte slancio.

 

Chi, come l'ottimo Sole 24 Ore asserisce che l'accordo abbia l'obiettivo "di rimettere l'Occidente al centro della partita", dice una parziale verità. Certo, a 12 anni dall'ingresso della Cina nel Wto, è proprio l'Impero Celeste quello che più ha guadagnato dal sistema neoliberista voluto paradossalmente dagli americani. Ma i collocqui sul libero scambio di Enniskillen non metteranno l'occidente di nuovo al centro dei commerci globali, semmai vogliono mettere di nuovo al centro dei commerci i pochi operatori economici e finanziari che potranno permetterselo, cioè le multinazionali americane e poche altre Europee. Il libero scambio potrà favorire chi sa e riesce a esportare, mentre rischia seriamente di essere la tomba delle aziende che si rivolgono quasi esclusivamente ai mercati interni.

 

Perciò, l'accordo lungi da essere una vera occasione per la totalità delle economie europee, se non regolamentato adeguatamente rischia di diventare l'ennesimo accordo internazionale che vincolerà i Paesi europei a politiche economiche che li danneggeranno, e che arricchiranno altri, proprio come l'Austerity intraeuropea.

Letto 1981 volte Ultima modifica il Mercoledì, 19 Giugno 2013 19:10

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