Il Bolognino

Lunedì, 09 Settembre 2013 08:45

Fiat-Fiom e il nodo rappresentanza sindacale

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La scorsa settimana Fiat è stata obbligata a reintegrare sul posto di lavoro i lavoratori/sindacalisti Fiom e a permettere la loro attività sindacale all'interno dell'azienda, in ottemperanza alla decisione della Corte Costituzionale che ha stabilito che nessun sindacato può essere escluso per non aver firmato un contratto. Fiat però ha affermato che gli investimenti in Italia sono subordinati all'approvazione di una legge sulla rappresentanza sindacale. Prontamente il governo sta ragionando sulla legge richiesta dalla più importante azienda privata italiana.



Con la sentenza della Corte Costituzionale è finito il tentativo tutto politico di escludere un sindacato dalla vita aziendale, o meglio, di escludere il sindacato più vicino ai diritti dei lavoratori dalla vita della più grande azienda privata d'Italia. Il tentativo, orchestrato già dal 2009 dall'A.D Sergio Marchionne in collaborazione poi con Maurizio Sacconi, già ministro del lavoro nel passato governo Berlusconi, ed entrambi supportati da Cisl e Uil, che si erano prontamente schierate con Fiat e governo, è fallito. Ma si è dovuti arrivare come al solito davanti al supremo giudice. Quando le regole non sono chiare e non tutti le rispettano si finisce per ingolfare i tribunali.

Il tentativo di escludere dalle aziende - quindi calpestare i diritti - di chi non firmava contratti proposti dall'imprenditore, era imperniato su un vulnus letale per tutto il diritto del lavoro in Italia, cioè sulla  malsana identificazione tra diritti e contratto, portato storico delle lotte sindacali e grave stortura del solco tracciato dalla Costituzione.

 

Come strascico storico, infatti, in Italia, i diritti individuali sul posto di lavoro non valgono individualmente per tutti, ma sono esigibili solo per coloro che rientrano sotto l'ombrello del contratto nazionale di lavoro. Contratto nazionale di lavoro che è stipulato mediante accordi tra le "parti sociali". Le parti sociali sono i sindacati confederali - quindi non tutti i sindacati, solo alcuni - e le organizzazioni dei datori di lavoro e il governo. Vale la pena di ricordare che i segretari dei suddetti sindacati confederali non sono eletti da tutti i lavoratori, ma solo dagli iscritti di quei sindacati, ma decidono per tutti.


Analizzando la lunga disfida Fiat - Fiom dal punto di vista politico, se un governo invece che essere superpartes agisce in modo partigiano e si schiera dalla parte delle volontà dell'amministratore delegato di una grande azienda - proprio come ha fatto il governo Berlusconi - e contro i lavoratori e in più si è stabilito che i contratti li fatto dei sindacati confederali, che magari in quell'azienda non sono i maggiori rappresentanti dei lavoratori - proprio come Cisl e Uil in Fiat - ecco diventare realtà ciò che abbiamo vissuto in questi anni, cioè il più importante tentativo di estromissione di un sindacato rappresentativo (Fiom), dalle relazioni sindacali e industriali.

La Costituzione però non parla di sindacati confederali, e voleva un mondo del lavoro totalmente diverso. Nell'articolo 39 Cost. si trova già la legge per la rappresentanza sindacale, mai applicata:

L'organizzazione sindacale è libera.
Ai sindacati non può essere imposto altro obbligo se non la loro registrazione presso uffici locali o centrali, secondo le norme di legge.
E` condizione per la registrazione che gli statuti dei sindacati sanciscano un ordinamento interno a base democratica.
I sindacati registrati hanno personalità giuridica.
Possono, rappresentati unitariamente in proporzione dei loro iscritti, stipulare contratti collettivi di lavoro con efficacia obbligatoria per tutti gli appartenenti alle categorie alle quali il contratto si riferisce.

 

Le parti della legge sottolineate sono quelle disattese.

Così spiega - a mio avviso correttamente - Maurizio Del Conte su La Voce.info: "Il legislatore costituente, comprendendo la necessità di coniugare il pluralismo sindacale con l’esigenza pratica di disporre di un contratto valido per tutti, aveva predisposto, nello stesso articolo 39, una serie di vincoli per la partecipazione dei sindacati alla negoziazione, stabilendo, infine, che il contratto collettivo fosse siglato da una rappresentanza unitaria dei sindacati, formata su base proporzionale al numero degli iscritti - spiega e continua - In pratica, una riproposizione, all’interno del sistema delle relazioni sindacali, del modello di rappresentanza proporzionale puro, previsto dal testo originario della Costituzione per la formazione del parlamento. L’articolo 39 veniva quindi completato dall’articolo 40, in base al quale si sanciva il diritto di sciopero" .

 

Perché non è mai stato applicato? Perché si è inventato il marchingegno dei sindacati confederali e non unità di tutti i sindacati presenti in azienda come sancito dalla Costituzione? Perché i sindacati non si sono mai registrati come previsto?


La Costituzione non parla di sindacati confederali e anzi parla di sindacati dei lavoratori, dando a tutti i sindacati la stessa valenza davanti alla Legge. Non parla nemmeno di un contratto valido per tutti, ma solo di un contratto con efficacia obbligatoria per tutti gli appartenenti alle categorie alle quali il contratto si riferisce. Sappiamo poi che le cose non sono andate in questo modo.

La spiegazione è che sia i sindacati che le associazioni datoriali hanno rifiutato da subito ciò che era previsto dalla Costituzione, cioè la loro registrazione, per paura - infondata - di un ritorno al corporativismo fascista. Ecco spiegato perché i contratti non valgono erga omnes - cioè non valgono per tutti, ma solo per coloro che li firmano, in un disegno delle relazioni industriali che si basa solo sul reciproco riconoscimento delle parti, in cui il contratto di fatto sancisce chi ha dei diritti e chi ne è privo.


Però il mondo economico e lavorativo rispetto agli anni 70 dello scorso secolo è cambiato radicalmente. La precarietà fa vivere ogni giorno milioni di persone /lavoratori di fatto esclusi dai contratti nazionali di lavoro e perciò senza diritti. A questo la Costituzione e lo Statuto dei lavoratori non avevano pensato, ma ora è vivida realtà. I diritti sono scritti sulla carta ma valgono solo in parte se non sei coperto da un contratto nazionale di lavoro. Il punto è che i diritti per essere tali devono valere per tutti, altrimenti sono privilegi. Un sistema delle relazioni industriali basato sul reciproco riconoscimento è foriero di continui aspri contrasti tra forza datoriale e sindacati o lavoratori; il nostro è un sistema che favorisce lo scontro e riduce la produttività. Anni luce lontani dalla cogestione tedesca, ma anche dal miglior sistema del mondo, quello scandinavo, che non prevede contratto nazionale di lavoro.

 

Nel nostro sistema basta che una grande azienda - Fiat -, in collaborazione con un governo non proprio incline a fare gli interessi dei lavoratori - il governo Berlusconi, non riconosca uno dei sindacati che più le danno fastidio - Fiom -, che quest'ultima può essere esclusa, con il risultato che i lavoratori all'interno di Fiat non hanno più la libertà personale di scegliere il proprio rappresentante, né la voce per dire cosa non và dentro all'azienda.

 

La sentenza della Corte Costituzionale ha determinato un vero e proprio cambiamento epocale e un decisivo passo in avanti nella disciplina giuridica del diritto del lavoro in Italia, sancendo l'inconstituzionalità dell'articolo 19 dello Statuto dei Lavoratori nella parte che consente la nomina di rappresentanti solo alle organizzazioni firmatarie di un contratto con l'azienda.



La Corte ha perciò detto alle parti: "state sbagliando tutto. I diritti devono essere sanciti per legge e non per contratto". Questo è il messaggio vero lanciato dai giudici costituzionali. I contratti infatti per loro stessa natura sono aggirabili proprio perché valgono solo tra le parti contraenti. Basta cambiare parte contraente e si cambia contratto. Basta non riconoscere Fiom e si piò fare un accordo con chi ci sta, che però vale per tutti.

La legge invece, a differenza del contratto vale per tutti, e proprio per questo si dice che la legge è cogente (si applica su tutti).

 

Nel nostro ordinamento i diritti sindacali, cioè i diritti civili all'interno dei luoghi di lavoro sono sanciti per legge ma la legge stessa stabilisce che valgano all'interno di un contratto e non in assoluto. Chi ha contratti atipici, chi lavora senza contratto, o chi è in una situazione lavorativa particolare non ha alcun diritto, con grave danno per la sua salute, la sua dignità, e la sua retribuzione.

Una legge sulla rappresentanza sindacale potrebbe essere quindi la soluzione, e non una sciagura come invece la intendono sinistra e Fiom. Visto che i diritti si sanciscono per contratto, si decida a maggioranza chi si siede col datore di lavoro e contratta i diritti di tutti.

 

Vale la pena ricordare, che un sistema di relazioni industriali assai più produttivo del nostro, come quello scandinavo (comune a Finlandia, Svezia e in parte a Norvegia) prevede proprio questo, cioè che siano i sindacati maggiormente rappresentativi nell'azienda e non dei sindacati confederali, a stipulare il contratto con il datore di lavoro. Nel loro sistema non esiste neanche il governo, che prende atto degli accordi tra sindacati e industriali. Si possono avere perciò migliaia di contratti diversi su base aziendale, stipulati da migliaia di rappresentanti differenti. Ci si chiede perciò come sia possibile che un simile sistema possa proteggere i lavoratori di più e meglio del nostro. La ragione sta nel fatto che i diritti sono sanciti per legge, cioè valgono indipendentemente dal contratto, dal tipo di lavoro svolto, dal tipo di azienda, settore produttivo, eccetera. Il contratto norma cose di minore importanza, come lo stipendio, gli orari lavorativi, i benefits e altro, ma i diritti individuali non possono essere intaccati.

Nel contratto Fabbrica Italia di Fiat invece si normavano anche aspetti che riguardano i diritti civili dei lavoratori, come i permessi per ferie e malattia, le pause per servirsi dei servizi igienici, la scelta dei propri rappresentanti.

 

Visto l'andamento non proprio brillante dell'economia nazionale e le dinamiche mondiali che spingono verso la compressione del fattore produttivo lavoro, dobbiamo attenderci verosimilmente un futuro in cui i nostri diritti all'interno dei luoghi di lavoro saranno sempre più attaccati frontalmente. Per Umberto Romagnoli, mio professore di diritto del lavoro, l'unico modo concreto di ristabilire relazioni industriali sane ed equilibrate è rivedere la disciplina del contratto nazionale per quanto riguarda i diritti e stralciarli dal contratto, lasciando che siano le leggi a sancirli per tutti, e lasciare che il contratto regoli tra le parti solo i trattamenti economici e poco altro. Il contratto nazionale di lavoro deve essere perciò visto come uno strumento, non come una Bibbia sacra intoccabile a difesa della quale mettersi a testuggine, specialmente se non si capisce che un contratto può essere sempre aggirato perché basta che una delle due parti non sia riconosciuta come valida dall'altra.

 

La sentenza della Corte Costituzionale ha tentato di riportare le relazioni industriali all'interno del solco tracciato dalla Costituzione. La vicenda di Fiom, per due anni esclusa dalla più importante azienda italiana nonostante la presenza dello Statuto dei lavoratori, anzi, proprio grazie all'articolo 19 dello Statuto, deve far riflettere. I diritti sindacali, cioè i diritti civili sul luogo di lavoro, devono valere sempre, indipendemente da chi ha stipulato il contratto e indipendentemente dal tipo di contratto. Solo così i lavoratori avranno sempre la garanzia di vedere rispettati i propri diritti sempre e in ogni luogo.


 

Letto 2443 volte Ultima modifica il Lunedì, 09 Settembre 2013 10:47

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