Il Bolognino

Venerdì, 17 Gennaio 2014 09:34

Job Act, una proposta sulla giusta strada

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"Il Job Act và nella giusta direzione" : No, non l'ha detto un ministro Pd, ma l'Unione Europea, che non premia mai un idea italiana. Proposto dal nuovo segretario Pd, Matteo Renzi, rischia ancora prima di trasformarsi in proposta di legge in uno di quegli spauracchi per chi vuole far rimanere immobile questo Paese, come lo furono i Pacs e molte altre buone riforme. Per completezza e corretezza però il Job Act, è una proposta a metà strada tra un sussidio di disoccupazione e il vero reddito minimo garantito.

 

Ammortizzatori sociali che non ammortizzano

La giungla attuale di ammortizzatori sociali, premiano alcuni e lasciano molti - sopratutto giovani - senza nessun tipo di welfare state o si sussidio o di aiuto. I motivi di questo sfacelo chiamato in vari modi, crisi, scarsa autonomia dei giovani che restano in casa dei genitori fino a quarant'anni, precarietà diffusa, senso di insicurezza, nessuna certezza per il futuro eccetera è dovuto a un meccanismo che prima ancora di essere giuridico - legislativo, è un portato del punto di vista e della mentalità di tutti coloro che hanno più di quaranta anni d'età, e sono cresciuti in un periodo florido per l'economia, in cui i figli avevano concrete opportunità e la certezza che la loro generazione sarebbe stata più benestante di quella precedente. Questa mentalità, ancora marcatamente maggioritaria vuole che l'individuo una volta completate "le scuole" "vada a lavorare". E solo nel caso fortuito e poco probabile di perdere il lavoro durante la vita lavorativa, ha pieno diritto a un sostanzioso sostegno pubblico. Che si chiama Cassa Integrazione, CIG straordinaria eccetera.

Tuttavia il mondo del lavoro oggi è assai diverso e più complicato per un concorre di due dinamiche diverse, una inevitabile - internazionale, anzi globale, la cosiddetta globalizzazione, che tutti contribuiamo a creare e a rafforzare indirettamente o direttamente: questa prima dinamica ha comportato e comporta un enorme trasferimento a livello globale (quindi anche italiano) di risorse dal lavoro al capitale; che va a finanziare la finanzializzazione del mercato e dell'economia globale. Brevemente: la competizione delle merci comporta compressione salariale e compressione crescente del margine di profitto. I grandi profitti le aziende possono farli solo se entrano anche loro nel mercato meno regolamentato che esista, che è quello dei mercati azionari. 

Poi c'è la seconda dinamica, ed è tutta italiana e voluta dalle impostazioni ideologiche dei governi che negli anni si sono succeduti, che hanno puntato a scaricare sul lavoro e quindi sui salariati la carenza di competitività e di produttività dell'economia italiana; questa seconda dinamica è la stessa che ha creato più di 40 contratti d'assunzione differenti, decine di categorie di lavoratori precari che non rientrano più in alcun contratto nazionale di lavoro - totem inviolabile e psicologico della sinistra sessantottina -. Questo ha creato un mondo del lavoro a due velocità, sarebbe meglio dire a due tipi diversi di civiltà. Uno, iper protetto - cioè protetto quanto le più importanti economie internazionali (anzi di più), quello che ha a disposizione CIG, ferie pagate, malattia, infortuni, congedi parentali, possibilità di protestare sul luogo di lavoro senza il pericolo di essere cacciati seduta stante, eccetera. 
Poi ci sono gli altri e sono tanti e crescenti. Un esercito che le statistiche ufficiali - quindi per difetto - calcola di quasi 12 milioni di "sfigati", che non hanno nessuna delle protezioni sopra citate. Possono essere licenziate "ad nutum" tutti i giorni, e hanno la beffa di non ricevere nessun sussidio di disoccupazione, perché spesso capita che nessuno li abbia mai licenziati: non serve più. Finisce il contratto e puf! il malcapitato si trova per la strada senza un reddito ma senza la possibilità di dimostrare allo Stato che lui è nelle stesse condizioni di un disoccupato ufficiale.
Questa situazione non è ancora diventata esplosiva per il fatto che i secondi soggetti, gli sfigati, spesso sono ancora ritenuti "giovani", e hanno comunque una famiglia che gli offre un pasto caldo e un letto dove dormire, e spesso una spalla sulla quale piangere.

Questa è la situazione. Nuovo Centro Destra di Alfano e i berlusconiani ruggiscono contro il Job Act, da quando hanno capito che andrebbe "nella giusta direzione" tracciata dall'Ue e proposta da Renzi, cioè nell'estendere le protezioni di cui sopra anche a chi non le ha. La sinistra tradizionale, pur essendo numericamente ed elettoralmente esigua ha grande potere di "boatos", di lamento pubblico su giornali, riviste, talk. Vedono il Job Act come il male perché la proposta Renzi, mutuata dalle proposte di vari economisti, prevede un deciso cambiamento di prospettiva anche per coloro che hanno le protezioni del welfare state costruendo un nuovo welfare state per tutti uguale.

 


Il Job Act in entrata 


Il Job Act prevede un contratto di assunzione unico per tutti - e non più 40 tipi differenti di precarietà - con 0 (zero) protezioni sociali all'ingresso - per non spaventare troppo i mercati internazionali e i "moderati" - ma con protezioni sociali e di welfare state crescenti. Il che, da un punto di vista prettamente economico è assai sensato, permettendo una maggiore stabilizzazione del posto di lavoro ma non compromettendo la facilità di assunzione attuale, moderando però gli effetti nefasti della precarietà. Ma la proposta è sensata anche dal punto di vista sociale perché rende improbabile ciò che oggi è probabilissimo, cioè un futuro con persone di una certa età che perdono il lavoro e a causa dell'età avanzata sono difficilmente riassumibili: all'età di 40 - 50 anni il lavoratore che beneficia del contratto unico ha già buone protezioni, che ne rendono il licenziamento molto complicato.

Il Job Act nelle previsioni di Renzi non andrebbe a toccare la formulazione contrattualistica del diritto del lavoro italiano con il tabù dei Contratti Nazionali di lavoro, che resterebbero perciò inviolati per le varie categorie. Un sistema che è comunque foriero di ingiustizie, e sul quale ho spiegato le mie riserve anche nel passato. Anche perché non si capisce perché ci siano delle associazioni private privilegiate chiamate sindacati confederali che hanno il diritto di stipulare i contratti per tutti, anche per coloro che non sono iscritti e che non riconoscono la loro legittimità. Sarebbe molto più sensato virare verso un sistema di tipo nord europeo, dove i diritti dei lavoratori sono determinati dalla legge, e non dai Contratti nazionali, che non esistono. Esistono invece i contratti aziendali, in modo da non penalizzare le aziende più produttive, in grado di pagare meglio i propri dipendenti, come sarebbe giusto che fosse. Una riforma troppa ardita, evidentemente. Inapplicabile e impensabile finché nella politica italiana ci sarà chi voleva aggirare i contratti nazionali e alla fine ce l'ha fatta. Comunque la proposta di Renzi, non si spinge a tanto. Landini, segretario Fiom, oggi criticato da chi fino a ieri vi ci si nascondeva dietro, ha affermato che vedrebbe di buon occhio il Job Act, se prevede una riduzione contestuale dei contratti di ingresso e quindi va verso una razionalizzazione e un contrasto con la precarietà. Più duri (di comprendonio?) altri piccoli sindacati autonomi e la sinistra rivoluzionalista. Che probabilmente non ha capito che è meglio una riforma parziale piuttosto che nessuna riforma e lo status quo.


 
Cifre della discordia

Il movimento per il reddito minimo garantito però avverte, il Job Act non è esattamente un reddito minimo garantito ed ha il problema di essere comunque parziale, cioè di non riuscire a coprire tutti i "bisognosi". La proposta Renzi, come vediamo nell'elaborazione corretta di pagina99 che vediamo nell'immagine allegata a questo articolo, si rivolge a quasi 3 milioni di individui e costa 18 miliardi l'anno. Il Job act prevede perciò un sostegno a tutti quelli che cercano un impiego ma ha ancora il problema di non includere tutti coloro che stanno cercando un primo impiego. Il Reddito minimo garantito invece è una misura di stampo universalistico, cioè prevede un sussidio minimo per il minimo vitale disponibile a tutti coloro che stanno cercando un lavoro, siano essi precari, in cerca di prima occupazione o disoccupati. In questo caso la misura costerebbe 20 miliardi di €, secondo l'elaborazione di pagina99, ma bene 32 miliardi di € l'anno, secondo le elaborazioni degli economisti di LaVoce.info. 

Indipendentemente dalle cifre, sul ilbolognino, abbiamo già calcolato a quanto ammontassero le superpensioni superiori ai 2500 € mensili, ed equivalevano nel 2009 a 34 miliardi di € l'anno. Molto di più di quanto costi qualsiasi formulazione di reddito minimo garantito. Certo, significherebbe togliere le superpensioni a persone che elettoralmente e politicamente pesano molto come ai dirigenti di Stato, i medici, i grandi avvocati, politici, generali in pensione, eccetera eccetera e darli ai giovani, che non hanno alcun santo in paradiso. 
Al di là delle superpensioni, in Italia abbiamo notevoli altri vari sprechi pubblici, e non sto pensando agli stipendi dei rappresentanti, ma ai milioni di € elargiti ogni anno a pessimi amministratori pubblici, che probabilmente meriterebbero una bella spending review, che guarda caso per loro che sono potenti, non arriva mai. Per fare un esempio, non è sano che il capo della polizia in Italia guadagni una volta e mezzo Barack Obama.
Oppure si potrebbe pensare a una razionalizzazione delle oltre trenta operazioni di Peace keaping in cui sono impegnati militari italiani e che ci costano cifre improponibili.

 

Costo del lavoro

Renzi e i renziani promettono altresì che il Job act conterrà anche misure per ridurre il costo del lavoro, oggi esorbitante, spesso non solo per il costo del lavoro, ma anche per l'altissimo costo dell'energia elettrica per le imprese. Andare a incidere su questi capitoli di spesa è la strada giusta per aumentare in modo sano e duraturo l'occupazione. Spesso le Pmi vorrebbero assumere, ma le uscite sono eccessive e il costo del lavoro di un lavoratore in più sarebbe proibitivo, e questo impedisce loro di crescere, svilupparsi e all'Italia di uscire dalla crisi.


Agibilità politica

Scarsa come sempre succede per le vere riforme. Troppi gli interessi in gioco. Il governo Letta non vuole farsi mettere i piedi in testa, Alfano non vuole perdere il suo 5 % favorendo i lavoratori, Berlusconi che detiene comunque quasi un terzo del Parlamento certamente è contrario a qualsiasi misura sociale che vada ad aiutare i lavoratori dipendenti, suoi nemici giurati a giudicare dalle politiche che ha promosso nei 17 anni di suo governo, dalla tentata demolizione dell'articolo 18, all'articolo 8 di Sacconi, alla cancellazione dei limiti legali della giornata di 8 ore e del riposo settimanale - che furono tra le prime cose che fece nel 95, quando portò la sua "rivoluzione liberale", che oggi possiamo dire che di liberale non ebbe nulla, ma di neoliberista tutto.
Poi ci sono i pentastellati, i quali preferirebbero ridare il governo in mano anche al Diavolo pur di riuscire a fare uno sgambetto al Pd, alla faccia dei "cittadini eletti che fanno gli interessi dei cittadini contro la casta".Perciò escludendo anche un loro appoggio alle proposte di Renzi, il Job Act ha poche speranze di concretizzazione, nonostante l'abbiamo detto, non sia la panacea di tutti i mali, ma un piccolo passo nella giusta direzione. Oggi venerdì 17, Letta e Renzi hanno discusso per due ore di legge elettorale senza trovare un accordo che soddisfi tutti. Probabilmente anche per il Job Act assisteremo alla stessa solfa. Solo il tempo dirà se vedremo un Enrico Letta che troverà il modo di non far cadere il proprio governo e di portare avanti l'unica riforma di sinistra degli ultimi anni, che però arriva incredibilmente da Renzi.
 

Letto 1676 volte Ultima modifica il Venerdì, 17 Gennaio 2014 11:58

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