Il Bolognino

Martedì, 01 Aprile 2014 14:05

La nuova Aspi con il Jobs act

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Il nodo centrale attorno a cui gravitano non solo le sorti del governo Renzi, ma senza esagerare le sorti del Paese, è il nodo del lavoro, cioè l'occupazione.

 

E' di oggi l'ennesima pessima notizia per quanto riguarda su questo tema. L'Istat ha stilato gli ultimi dati che vedono la cifra record di disoccupazione, mai così alta dagli anni 70, con ben tre milioni di persone in cerca di lavoro. Ma il dato peggiore è di gran lunga quello dell'occupazione giovanile, ancora in calo e che vede un ragazzo su due in cerca di occupazione con il 43% di disoccupazione nella fascia 16 - 25 anni. Il governo Renzi ha promesso di aiutare i giovani e contemporaneamente le aziende. La spinta riformista del governo sembra essere riassunta in una macro riforma dei contratti e degli ammortizzatori sociali chiamata Job Act, che i sindacati privilegiati Cgil - Cisl e Uil vedono, a quanto pare, come fumo negli occhi, e che invece sembra essere la strada giusta per Landini, leader della Fiom, sempre più in netto contrasto con le decisioni della propria confederazione - la Cgil.

 

A nulla, pare siano servite le politiche del lavoro perseguite negli ultimi trent'anni, che avevano - almeno dalle dichiarazioni dei politici e dei professori che le hanno promulgate - l'intenzione di creare più posti di lavoro. Mai come oggi il lavoro giovanile, soprattutto, è senza tutele. Infatti al 43% di disoccupati si devono aggiungere tre milioni di giovani lavoratori precari cioè esclusi dai Contratti nazionali di lavoro. Il precariato è stato introdotto dalle leggi Treu, prima e aggravato dalle leggi Maroni dopo (chiamata impropriamente legge Biagi). La situazione è ulteriormente peggiorata anche con la riforma del lavoro promossa dal governo tecnico Monti, perché l'Aspi non copre tutti, anzi, lascia "scoperti" da qualsiasi forma di sostegno pubblico i tre milioni di precari di cui sopra e tutti coloro che sono senza un reddito ma non hanno lavorato abbastanza per percepire la disoccupazione.

 

Il governo Renzi ha lasciato opportunamente al Parlamento la revisione complessiva degli aspetti giuridici - ma molto pratici - del lavoro in Italia, con un disegno di legge, il Job Act. Parte della sinistra e del sindacato si sono subito scagliati contro il Job Act, forse per riflesso pavloviano, forse perché in tanti - troppi - hanno pensato che il decreto che ha modificato il contratto a tempo determinato fosse il Job Act. Tutt'altro.

In soldoni il Job Act sembra essere la cancellazione delle oltre 40 forme di contratti precari e sfruttatori oggi presenti con la sostituzione con il tanto invocato contratto unico a garanzie crescenti.

Il Job Act andrà a modificare sostanzialmente anche un altro punto debole del sistema, cioè la miriade di forme di welfare state attualmente presenti e che continuano a escludere i giovani dalle protezioni che hanno i lavoratori anziani. Via la Cassa integrazione in deroga e la riduzione della Cig straordinaria, via l'Aspi della Fornero e dentro il contratto unico e un Aspi "allargata", ma quanto allargata e quanto inclusiva si saprà solo quanto si leggerà il testo di legge.

 

Il testo, che si compone di due capi e sei articoli, è ancora al vaglio del Quirinale e dovrebbe essere trasmesso entro questa settimana al Senato per seguire un iter parallelo a quello appena avviato per il decreto legge sulle proroghe e la semplificazione dell'apprendistato.

«L'idea di base è calibrare la convenienza per i datori di lavoro che devono scegliere tra un contratto e l'altro utilizzando la leva dei contributi sociali obbligatori - spiega il responsabile economico del Pd, Filippo Taddei - con una gradualità che parte dai contratti a termine, leggermente più onerosi, passa per il contratto a tutele crescenti, in cui il combinato di indennizzo in caso di chiusura di rapporto e contribuzione dovuta è un po' più leggero, fino ad arrivare al più vantaggioso, in termini di oneri complessivi, contratto a tempo indeterminato. Il nostro obiettivo è quello di riuscire a partire all'inizio del 2015 con il nuovo ventaglio di contratti possibili al netto del previsto riordino delle attuali tipologie di assunzione».

Detta così sembra l'uovo di Colombo. A tutele crescenti fanno da contraltare anche contributi sociali meno onerosi in modo da spingere le aziende e gli imprenditori a promuovere l'occupazione stabile e disincentivare l'uso del precariato.

"Legata a doppio filo con il contratto a tutele crescenti è il ridisegno degli ammortizzatori sociali, mirato a garantire protezioni più uniformi ed estese, in caso di disoccupazione involontaria, sulla base della storia contributiva dei lavoratori" - spiega Davide Colombo sul Sole 24 Ore. Ma per includere più persone negli ammortizzatori sociali, servono denari. Per quanto riguarda gli equilibri finanziari dell'operazione sembra si voglia seguire lo schema ideato da Stefano Sacchi, professore di Scienza della politica all'Università statale di Milano. Lo schema Sacchi (no non Arrigo, Stefano) punta all'immediata eliminazione della mobilità in deroga e alla progressiva uscita dalla cassa integrazione in deroga.



La nuova Aspi, sempre più simile a un reddito minimo di garanzia (chiamato impropriamente salario sociale e diverso dal reddito di cittadinanza grillino) se dovesse essere una misura di protezione sociale unica e valida e inclusiva per tutti, potrebbe avvicinare l'Italia all'Europa, dove, è bene ricordarlo, esistono da anni forme di reddito pubblico quando si perde il posto di lavoro, anche se si è precari.

Perciò è incomprensibile finora la posizione della sinistra parlamentare (Sel) ed extraparlamentare (Rifondazione) e dei sindacati confederali di fronte a una riforma che potrebbe portare maggiore redistribuzione del reddito, più equità sociale e maggiore giustizia sociale tra le classi di età. Nella nuova Aspi pare saranno ancora esclusi il popolo delle partite Iva, molti dei quali finte partite Iva e de facto dei lavoratori dipendenti obbligati dal datore di lavoro a prendersi in carico la propria contribuzione.

 

L'anno scorso la disoccupazione è costata alle casse 7 miliardi di €. Nel disegno di legge anche proposte concrete per ridurre l'abuso del ricorso alla Cassa integrazione da parte delle aziende. Il governo Renzi pensa di prendere proprio da lì i soldi utili a finanziare il nuovo ammortizzatore sociale complessivo introducendo dei filtri prima che l'azienda possa accedere alla Cig: prima di ottenerla bisognerà aver tentato la riduzione dell'orario di lavoro, lo smaltimento delle ferie e il ricorso ai contratti di solidarietà.

Letto 1544 volte Ultima modifica il Martedì, 01 Aprile 2014 14:52

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