Il Bolognino

Mercoledì, 24 Settembre 2014 10:40

Riforma del mercato del lavoro: contratto a tutele crescenti

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Non posso dirmi schierato né con i difensori dell'art 18 - che non viene toccato per chi ce l'ha - ne con gli estensori della legge, i cosiddetti riformatori. Purtroppo la realtà è molto più complessa e la riforma del mercato del lavoro necessità spiegazioni e analisi più approfondite di un semplice tifo calcistico.

 

Il mercato del lavoro italiano, ad oggi, assomiglia ad una giungla piena di insidie, dove tutto è valido fuorché il principio che tutti i posti di lavoro, e quindi tutte le persone, sono uguali. E' un mercato del lavoro dualistico: da una parte, quelli che Renzi definisce "i privilegiati", cioè i lavoratori che hanno contratti di lavoro dipendente a tempo indeterminato e determinato ai quali si applica la disciplina di tutela dello Statuto dei Lavoratori (Legge 20 maggio 1970, n. 300) anche detto art.18, dall'altra ci sono i "precari", i quali vivono una realtà molto diversa e che di fatto non possono far valere i propri diritti, per il fatto che la molteplicità di contratti e di relazioni aziendali e la scarsa durata dei contratti - spesso tre o sei mesi - impedisce loro di essere pienamente protetti e garantiti.

 

Intenzioni politiche poco trasparenti

L'uovo di Colombo della riforma presentata in commissione lavoro al Senato, dagli estensori Pietro Ichino (Scelta Civica) e Maurizio Sacconi (NCD) con il contributo fondammentale della parte più renziana del PD, prevede un cambio di paradigma del mondo del lavoro con l'introduzione di un nuovo tipo di contratto, il contratto "a tempo indeterminato a tutele crescenti". Nelle dichiarazioni di Ichino non si tratta di "un contratto unico, che sostituisce tutti gli altri, e neanche l'ennesimo tipo di lavoro che si aggiunge ai precari. Non è altro che il contratto a tempo indeterminato, regolato in modo meno rigido, con una garanzia di stabilità minima all'inizio e via via crescente con il crescere dell'anzianità. Si applica solo ai nuovi inseriti nel mondo del lavoro".

 

Da questa dichiarazione, si possono dedurre due cose: 1) chi ha già l'art 18 non lo perde 2) se queste sono le intenzioni, il contratto a tutele crescenti andrebbe a sostituire il contratto a tempo indeterminato precarizzando ulteriormente anche l'unico tipo di contratto che non causa precariato. Il che sarebbe molto male, anche perché non riscolverebbe il dualismo del mercato del lavoro, sopracitato.

 

Tuttavia altri sono i messaggi che arrivano da altri esponenti della maggioranza. Per quella parte di PD, quella dell'area fedele a Matteo Renzi, il contratto a tutele crescenti è il modo per uscire dal dualismo del mercato del lavoro e per dare a tutti i nuovi assunti pari diritti e pari difficoltà, anche tramite una nuova misura di welfare state che nelle intenzioni dovrebbe in futuro sostituire la miriade di misure tampone e che non si applicano a tutti i lavoratori come la CIG, l'indennità di disoccupazione, la Aspi e quant'altro, con un unica misura, cioè il reddito minimo garantito. E prevedere nel periodo di disoccupazione tra un lavoro e l'altro anche l'accompagnamento delle strutture pubbliche a un pieno reintegro del lavoratore nel mondo del lavoro. Così come accade ormai in tutta Europa, Francia e Italia e pochi altri esclusi.

 

Il contratto "a tempo indeterminato a tutele crescenti"

Trattasi di un contratto nel quale il neoassunto non può usufruire dell'istituto della reintegra sul posto di lavoro - che è parte dei diritti sanciti nello Statuto dei lavororatori - per i primi tre anni di contratto, entro i quali può essere licenziato in qualsiasi momento, ferma restando l'impossibilità di licenziamento discriminatorio per ragioni politiche, sindacali, religiose, sessuali. Tuttavia, pare che nella prima stesura,  anche coloro che perdono il posto entro i primi 3 anni possono avere un indennizzo - per ora non si sa come calcolato - e accedere alla protezione del reddito minimo garantito.

La battaglia politica si è concentrata proprio sull'istituto della reintegra, tuttavia questo contratto di lavoro prevede anche la cancellazione di altri diritti, quali il divieto di demansionamento (impossibilità da parte del datore di lavoro di demansionare il lavoratore assunto) e il divieto di spiare il lavoratore e filmarlo nella sua attività all'interno dell'azienda con strumenti audiovisivi o affini.

 

Ci si chiederà allora perché buona parte dei giovani, sembrano non essere pregiudizialmente contrari a questo tipo di contratto precarizzante come invece lo sono i lavoratori più anziani, che paradossalmente non sarebbe affatto toccati. La risposta sta nelle condizioni limite che i giovani già oggi subiscono nei posti di lavoro, con un art18 che aleggia sulle loro teste come un fantasma e che nessuno ha mai visto nella pratica, perché non riguarda i loro contratti, e che vedono in questo contratto maggiori tutele rispetto a quelle inesistenti che possono offrire contratti o situazioni lavorative come i tirocini, i co co co, i co co pro, le finte partite Iva eccetera.

E perciò non si tratta - si badi bene - di togliere diritti a chi già li ha, come continua a essere ripetuto in modo sbagliato.

 

Nella realtà però, il "contratto indeterminato a tutele crescenti" è un cantiere. Con la sua introduzione per ora saremmo d'innanzi all'ennessimo contratto di lavoro - sarebbe la 43° forma di contratto. In nuce, e anche nelle intenzioni di parte del PD, il contratto vuole sostituire tutti i contratti precarizzanti (circa 35), con l'ormai famoso contratto a "tutele crescenti". Per questa parte di PD, quella afferenze all'area fedele a Matteo Renzi, il contratto a tutele crescenti è il modo per uscire dal dualismo del mercato del lavoro e per dare a tutti i nuovi assunti pari diritti e pari difficoltà. Tre anni di precariato, dopo i quali il lavoratore, se riesce a restare nello stesso posto di lavoro, guadagna automaticamente dei diritti e il suo licenziamento diventa più difficile e affianco all'indennizzo in denaro in caso di licenziamento potrebbe ottenere altri istituti. Nelle intenzioni del PD di Renzi, il contratto è il modo di superare la precarietà perché ad esso dovrebbe affiancarsi da subito l' introduzione di un nuovo sistema di welfare state - più avanzato e che dovrebbe essere più inclusivo della precedente cassa integrazione e della indennità di disoccupazione - il reddito minimo di garanzia.

 

Nodo reintegra

La riforma - cancellando la reintegra sul posto di lavoro - in caso di vittoria in sede giudiziaria per licenziamento discriminatorio o senza giusta causa, non cancella di fatto la disciplina del licenziamento discriminatorio, che rimane, ma ne sostituisce l'istituto della reintegra sul posto di lavoro, con un congruo risarcimento in denaro.

 

Anche in questo caso si può correttamente obiettare che il denaro offerto al posto del posto di lavoro è un modo per mercificare ulteriormente il lavoro. Tutto corretto, se non fosse che già oggi, i pochi che effettuano cause per infrazione dell'articolo 18 e vincono la causa, spesso non scelgono di rientrare nel medesimo posto di lavoro dal quale sono stati cacciati con discriminazione, ma scelgono un risarcimento economico del danno subito. Inoltre, per ottenere ragione in una causa di lavoro, passano anche decenni, mentre con una misura come il reddito minimo garantito si otterrebbe subito un sostegno al reddito e alla vita, senza aspettare le lungaggini della giustizia, ma anche senza rinunciare alla possibilità di affidarsi alla giustizia nel caso si riesca a dimostrare che si è stati licenziati per atto discriminatorio.

 

Disparità di oggi e disperazione dei giovani nella totale indifferenza di tutti

In altre parole, oggi se si è nella metà dei fortunati e si viene licenziati da un posto di lavoro protetto da art18 e contratto nazionale di lavoro nonché tempo determinato o indeterminato, si ottiene la Cassa integrazione o un indennità di disoccuzione, mentre se si è nella metà degli sfortunati - i precari -, se si viene licenziati, o più semplicemente si perde il posto per fine del contratto, si risulta "inoccupato" e quindi non percepisce nessun tipo di ammortizzatore sociale, né cassa integrazione né un sostegno al reddito. Questa è la realtà attuale del precariato, un fenomeno che impedisce alle giovani generazioni di avere sicurezze sul futuro e perciò impedisce loro di crearsi una propria vita, e di staccarsi definitivamente dalla famiglia di origine per molto tempo, ritardando tra l'altro, anche la creazione di nuove famiglie, la nascita di figli eccetera.

 

Di questa situazione i sindacati confederali - Cgil, Cisl, Uil, le Istituzioni, gli ordini professionali, gli enti locali e i partiti, se ne sono bellamente infischiati e anzi, tutti hanno utilizzato i 40 tipi di contratti precari, inclusi i sindacati e lo stesso Stato, per abbassare i costi del lavoro. Contratti al limite della legalità come lo Staff Leasing e altre vere e proprie porcherie sicuramente peggiori del Contratto a tutele crescenti sono già parte dell'ordinamento, alla loro introduzione non hanno scatenato alcuna indignazione né sindacale né politica e addirittura sono entrati anche nell'amministrazione pubblica o nelle aziende parapubbliche, promosse come opportunità per nuovi posti di lavoro.

 

Decreto Poletti e contratto a tutele crescenti

Ammesso e non concesso che la maggioranza riesca a spuntarla e non solo introduca il nuovo contratto ma coerentemente cancelli gli altri contratti di precarietà, rimane un nodo centrale di cui ancora non si è discusso.

Il decreto Poletti che ha modificato il contratto a tempo determinato, ingiustamente confuso con il Jobs Act da parte della sinistra a suo tempo - ha tolto al contratto a tempo determinatola causale. In altre parole oggi, grazie al decreto Poletti, è possibile una reiterazione dei contratti a tempo determinato per 5 anni anche senza una vera causa che giustifichi il tempo "determinato" del contratto, impedendo tra l'altro il ricorso al giudice nel caso si tratti di abuso: cioè nel caso in cui l'imprenditore continui con contratti a tempo determinato quando invece la natura del lavoro è di tipo indeterminato, in questo modo tenendo sempre sul ciglio del licenziamento il lavoratore.

 

Se il decreto Poletti non verrà modificato il senso stesso del contratto a tempo indeterminato a tutele crescenti viene meno. Qualunque imprenditore non si servirà mai di un tipo di contratto che costa di più come il contratto a tutele crescenti se può bellamente continuare a sfruttare il lavoratore con reiterazione infinita di contratti a tempo determinato. Contratto a tempo determinato - è bene ricordarlo- che non prevede neache un sostegno al reddito nei periodi di disoccupazione tra un contratto e l'altro.

 

Fiera opposizione in buona fede e per alcuni in mala fede

Chi fieramente si oppone alla riforma del contratto a tutele crescenti lo fa perché vede in esso uno svuotamento dell'Art.18. Probabilmente fa finta di non vedere - o non riesce a vedere - il fatto che le giuste tutele riguardano ormai una minoranza di lavoratori dipendenti: 9 milioni su 19, che le tutele hanno sempre riguardato una minoranza di aziende perché non si applicano per quelle con meno di 15 dipendenti e non si applicano per tutti coloro che hanno contratti da parasubordinato o per le finte partite Iva. Ma non è togliendo i diritti a chi li ha che si daranno a chi non li ha, e su questo siamo d'accordo. Tuttavia a oggi, per i lavoratori "sfortunati" non c'è art 18 né sostegno al reddito: il reddito minimo garantito invece, dovrebbe e potrebbe coprire anche gli sfortunati, incappati in contratti di sfruttamento o di precariato.

 

C'è da considerare anche che una buona parte dei sindacati confederali sono pregiudizialmente contrari al nuovo contratto non tanto perché vogliano difendere gli interessi dei lavoratori - come sarebbe loro dovere - ma perché hanno paura che questo contratto e questo sistema che mette al centro la figura individuale del lavoratore e non più il posto di lavoro finisca per mettere in discussione il loro potere di parti sociali, estensori dei contratti nazionali di lavoro, che già oggi sono una cosa che non interessa i precari. Il contratto nazionale di lavoro, inoltre viene già aggirato con deroghe o con i contratti aziendali.

 

Una parte del sindacato, quello più illuminato e che vive maggiormente nella realtà - la Fiom di Landini - ha detto di non essere contrario all'estensione di tutele anche per i precari, ma che non capisce la necessità di svilire o depotenziare l'art18 per poter estendere a tutti queste tutele. Landini afferma infatti "non c'è bisogno di cancellare l'art 18 per cancellare la precarietà, basta togliere i contratti precarizzanti e estendere a tutti le tutele".

Questa è una posizione purtroppo parziale e che comunque mette in luce un nervo scoperto della proposta di legge, alla quale gli estensori non hanno saputo replicare.

 

Oggi viviamo a metà del guado

La risposta, provo a darla io, ma la ritrovo ancora nelle parole di Ichino. Gli imprenditori non vogliono che a decidere del loro rapporto con il lavoratore sia il giudice del lavoro "che nulla capisce di economia aziendale" - parole di Ichino. Si vuole spingere definitivamente verso un nuovo tipo di rapporto tra lavoratore e impresa - alla americana - dove lo Stato, o meglio le Istituzioni, eventualmente proteggono il lavoratore e non il suo posto di lavoro.

 

Oggi viviamo a metà del guado tra il sistema con contratti categoriali decisi dalle "parti sociali" e che prevede forme di contratto a tempo indeterminato e dall'altra parte la realtà disastrosa della precarietà. In mezzo il nulla: o il lavoratore è sfortunato e viene sfruttato (e anche deriso), o è fortemente tutelato, sindacalmente e politicamente difeso a spada tratta.
Questa non è una visione figlia dello scontro generazionale causato da Renzi, ma la descrizione della realtà oggi.

Tuttavia credere che si possa tornare indietro a un età in cui per tutti i lavoratori sono possibili contratti vita natural durante,  protetti da sindacati confederali, con aumenti e con tutele per i licenziati, ferie eccetera è purtroppo una utopia, perché la globalizzazione ha imposto un mercato delle merci e dei servizi molto più veloce, in cui l'imprenditore può programmare le proprie attività aziendali per un tempo molto più corto del passato, per massimo due anni.

Da qui la necessità per gli imprenditori di dotarsi un ampia zona di precarietà e di tenere come garantiti solo una piccola parte della loro forza lavoro, in modo da ammortizzare sui precari i cali o gli aumenti di produzione dovuti alle fluttuazioni di mercato.

 

In questo senso l'art18 è "foriero di una divisione in due del mercato del lavoro e naturalmente creatore di precarietà" - come lo ha definito Ichino. Un sistema di flexicurity invece, permetterebbe alle aziende di avere la stessa flessibilità di oggi, ma permetterebbe anche di sanare la frattura tra tutelati e precari, fornendo a tutti contratti di lavoro che possono essere sì rescissi facilmente, ma ai quali deve corrispondere anche una continuità di reddito e di opportunità. Altrove funziona già così, in sistemi come quello olandese, svedese, danese, norvegese e in parte americano, tuttavia il dibattito italiano, non ha considerato il fatto banale ma decisivo che in altre legislazioni, i diritti si applicano per tutti e non su base contrattuale come invece accade in Italia.

 

Conclusione

Se alla fine di questo periodo transitorio l'Italia uscirà con un sistema nuovo, e cioè col solo contratto a tutele crescenti magari affiancato da altri due contratti, quello a tempo determinato e quello per gli autonomi, tutti affiancati dal reddito minimo garantito, allora io sono tra coloro che sono fortemente favorevoli a queste riforme, perché significa uscire dalla precarietà e andare verso la flexicurity.


Se invece, il contratto a tempo indeterminato a tutele crescenti sarà solo l'ennesimo tipo di contratto precario, mi trovo tra coloro che saranno fiera e intransigente opposizione. Ricordo a tutti che per ripartire l'Italia ha bisogno di cancellare gli oltre 40 tipi di contratti precari di sfruttamento indiscriminato, e che quelli sono il problema contro cui dovrebbe scagliarsi la sinistra e il sindacato e non la questione marginale della reintegra.


Le forze politiche di sinistra e coloro a cui ancora sono cari i diritti dei lavoratori, cioè dei cittadini, più che concentrarsi su una battaglia sull'art 18 o sulla reintegra - paventandone la scomparsa (quando per i giovani è già scomparso senza che loro se ne accorgessero) - a mio parere dovrebbero invece vigilare che l'introduzione dei nuovi strumenti porti a un effettiva flexicurity e a tutele realmente crescenti, con l'introduzione di una vera misura omnicomprensiva come il reddito di garanzia e anche un vero salario minimo al quale collegare diritti inalienabili uguale per tutte le categorie, onde evitare quello che abbiamo vissuto con la riforma Treu prima, Maroni poi e acora dopo con la riforma Fornero: una flessibilità che è diventata precarietà senza tutele che si è trasformata in una tragedia generazionale senza fine.

 

 

link consigliati:

Il testo dell'Articolo 18 prima della riforma (pdf)

Legge n. 92 del 28 giugno 2012

Letto 1791 volte Ultima modifica il Mercoledì, 24 Settembre 2014 13:25

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