Il Bolognino

Venerdì, 23 Marzo 2012 10:37

La riforma del lavoro. Vademecum

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Elsa Fornero, ministro del Lavoro Elsa Fornero, ministro del Lavoro

La riforma del lavoro elaborata dal governo, non si ferma al cambiamento dell'articolo 18. Dovrà a giorni essere sottoposta al Parlamento ed è una riforma complessiva che tocca non solo la flessibilità in uscita (Art.18) ma anche in entrata e gli ammortizzatori sociali. E' vero che ci saranno licenziamenti più facili in cambio di nuove tutele? Sono un lavoratore a tempo indeterminato, devo preoccuparmi? Ho tentato di dissipare i tanti dubbi con un analisi, spero dettagliata della riforma, per capire cosa cambia.

La riforma del lavoro è una riforma complessiva che tocca non solo la flessibilità in uscita (Art.18) ma anche in entrata e gli ammortizzatori sociali.
E' vero che ci saranno licenziamenti più facili in cambio di nuove tutele? Sono un lavoratore a tempo indeterminato, devo preoccuparmi? Cosa cambia per i precari? E' vero che c'è l'abolizione dell'articolo 18? E' vero che con l'abolizione dell'articolo 18 si risolve la dualità del mondo del lavoro italiano?
Ho tentato di dissipare i tanti dubbi con un analisi, spero dettagliata della riforma, per capire cosa cambia. Per ogni paragrafo ho analizzato senza aggiungere miei personali commenti, che invece trovate in conclusione del paragrafo e in corsivo – una questione di trasparenza.

 

Riforma dell'art. 18. Non c'è nessuna abolizione dell'articolo 18. L'idea era riformare l'art. 18 dello Statuto dei lavoratori, per dare più sicurezze alle imprese su come finiscono le procedure di licenziamento, ma nello spesso lunghe e costose e nello stesso tempo bisognava proteggere meglio i lavoratori, sopratutto quelli duali. Il licenziamento potrà essere disciplinare, economico/organizzativo - legittimo, o discriminatorio – illegittimo. Finora non era prevista la possibilità di un licenziamento espressamente organizzativo, cioè non era possibile per l'imprenditore disfarsi facilmente di un lavoratore con contratto a tempo indeterminato per pure esigenze di mercato, ora è possibile. Grande differenza è prevista per i licenziati disciplinari ed economici e i licenziati illegittimi cioè per discriminazione. Per gli ultimi, le cose resteranno come ora, in questo senso l'articolo 18 rimane inalterato con un possibile reintegro in azienda, mentre per i primi è previsto il ricorso al giudice e il solo indennizzo economico.
Dal momento che è ormai scontato che il licenziamento potrà essere motivato da ragioni "economiche o organizzative", nessun imprenditore sarà così sprovveduto da attuare licenziamenti discriminatori o persino disciplinari: un problema organizzativo - con la necessità di ristrutturazione che hanno tutte le aziende in questa fase - si trova molto facile ed è questa la strada per aprire a futuri licenziamenti di massa.

Tutto in mano ai giudici. Il giudice si ritroverà a dover decidere se il licenziamento è stato disciplinare o economico, con quindi fortissima spinta per gli imprenditori a far valere davanti al giudice il licenziamento come disciplinare per pagare indennizzi molto più ridotti. Dopo aver deciso sulla tipologia di licenziamento, cioè aver deciso se si tratta di licenziamento legittimo o illegittimo, nel caso di licenziamento legittimo, cioè disciplinare o economico, il giudice dovrà decidere poi anche sul reintegro o liquidazione del licenziato.
«Il potere dei giudici è destinato ad aumentare ulteriormente, e la riforma non darà più certezze alle imprese, perché i tempi della giustizia si allungheranno», commenta l'economista Tito Boeri.

Nuove tutele assenti. E' assolutamente «falso che il governo introduca nuove tutele», affermano i docenti Umberto Romagnoli, Luigi Mariucci, Piergiovanni Alleva e Giovanni Orlandini e una cinquantina di noti legali di tutta Italia. E lo spiegano in un documento per punti, pubblicato da Il Manifesto e taciuto dagli altri giornali:
1) la nullità dei licenziamenti discriminatori nelle piccole imprese sotto i 16 dipendenti esiste fin dal 1990 (legge 108, art. 3)
2) la trasformazione a tempo indeterminato dopo contratti precari di 3 anni è già disciplinata dall'art. 5 comma 4 bis del Dlgs. 368/01, il quale recita: 'Qualora per effetto di successione di contratti a termine per lo svolgimento di mansioni equivalenti il rapporto di lavoro tra lo stesso datore di lavoro e lo stesso lavoratore abbia complessivamente superato i 36 mesi comprensivi di proroghe e rinnovi, indipendentemente dai periodi di interruzione che intercorrono tra un contratto ed un altro, il rapporto di lavoro si considera a tempo indeterminato».

Quindi a licenziamenti effettivamente più facili non corrisponde nessuna nuova tutela.

L'ASPI non è flexicurity. L'Assicurazione Sociale per l'Impiego vuole essere una sorta di nuovo ammortizzatore sociale omnicomprensivo, che sostituirà dal 2017 il sussidio di disoccupazione la cassa integrazione ordinaria e altre misure. Almeno questi erano gli intenti. L'Aspi durerà un anno per i lavoratori fino a 54 anni e un anno e mezzo per quelli più anziani, l’importo massimo erogato potrà essere di 1.119 euro al mese. Il ministro del Lavoro ha affermato che «l'obiettivo è rendere universalistico uno strumento a difesa dei lavoratori in periodo di disoccupazione», questo è falso. L'Aspi si rivolge solo ai lavoratori dipendenti che hanno perso il lavoro e perciò presenta tutte le carenze del nostro sistema di welfare state cioè copre solo una platea ridotta di cittadini: l'Aspi non aiuterà tutti quei lavoratori che non sono mai stati assunti con contratti a tempo indeterminato. La riforma non riordina gli istituti presenti, perciò non sarà un ammortizzatore sociale che riesce a includere tutti. Rimane la cassa integrazione divisa in tre tipi come lo è stata finora, ossia ordinaria, in deroga e straordinaria. Rimangono anche i sussidi specifici all'edilizia e all'agricoltura che hanno sistemi di ammortizzatori sociali differenziati. Rimane perciò l'attuale giungla di trattamenti specifici, un assetto legislativo caotico. La nuova misura esclude perciò i giovani, i precari, gli inoccupati e chi cerca il primo impiego. Tutti questi continueranno a restare senza reddito durante il periodo di inoccupazione o disoccupazione tra un lavoro e l'altro.

Le risorse addizionali per l'estensione degli ammortizzatori sociali cioè per l'Aspi, con la graduale riduzione della mobilità fino a convergere nel 2017 nella nuova Aspi, sarà di 1,6-1,7 miliardi di euro. Aspi perciò non è la riforma degli ammortizzatori sociali di cui l'Italia ha bisogno, ma un estensione ridotta di alcuni benefici monetari a categorie che precedentemente ricevevano ammortizzatori più ridotti. Chi invece era escluso dagli ammortizzatori sociali rimarrà escluso.

Flessibilità in entrata. Il percorso lavorativo comincerà con l’apprendistato – secondo quanto affermato dal ministro Fornero – apprendistato che diventa un investimento per la formazione e non uno strumento di flessibilità. Infatti l'Aspi include per la prima volta anche gli apprendisti. Apprendistato è un tipo di contratto molto instabile che non prevede la sicura assunzione alla sua conclusione ed è inoltre riservato ai giovani, «e sappiamo che oggi più del 50% dei precari hanno più di 35 anni - puntualizza l'economista Tito Boeri - è difficile pensare che una donna che esce da un periodo di maternità o un lavoratore cinquantenne possano rientrare nel mondo del lavoro da apprendisti». Quindi non c'è una vera misura universalistica e il nuovo ammortizzatore sociale riguarderà solo circa di 100 mila persone in più rispetto a prima. Centomila (cioè gli apprendisti) sui 4 milioni di precari oggi presenti. Una goccia nel mare.

Le imprese pagheranno l’1,4% in più per utilizzare contratti flessibili. Questo contributo servirà a finanziare l’Aspi. Saranno esclusi da questo aumento i contratti stagionali e sostitutivi. Ci saranno comunque degli incentivi per la stabilizzazione del lavoro? No. Perché secondo illustri economisti l'aggravio costi per le imprese rischia di trasferirsi sulla paga dei lavoratori, perché nella riforma non c'è una decisione sul salario minimo. Probabile perciò una riduzione degli stipendi dei dipendenti precari, e non un aumento

Stage. Saranno possibili solo prima del compimento degli studi e non più dopo e dovranno essere retribuiti. L'entità della contribuzione non è stata stabilita nella bozza presentata fin'ora. Perciò paradossalmente si potrebbe anche essere “retribuiti” con 1 euro al mese.

Non c'è nessun miglioramento per i precari. Inoltre la riforma non prevede la riduzione delle attuali 46 figure contrattuali atipiche presenti, sembra destinata a sparire forse solo l'asspa, acronimo per associati in partecipazione. Maggiori tutele sono previste solo per gli apprendisti.

Nessuna modifica art.18 per gli statali. Oltre a non risolvere i problemi strutturali del mercato del lavoro, cioè la sua dualità, la riforma pare non avrà effetti per i lavoratori statali, introducendo perciò un altra discriminazione o se volete, più blandamente, un altra dualità tra chi è statale e chi lavora nel settore privato. Sembra che questa decisione forse verrà cambiata.

Problema di metodo. Alcuni economisti hanno individuato anche un problema di metodo nell'azione governativa. Con questa riforma ai sindacati confederali sarà impedito di esprimere opinioni sui licenziati.

No dimissioni in bianco e congedi paternità. Nella riforma è prevista una disposizione contro le dimissioni in bianco. La pratica barbara prevede che alle donne venga chiesto di firmare le proprie dimissioni su un foglio bianco e vengono minacciate così di essere licenziate qualora restassero incinte. Previsti congedi di paternità obbligatori finanziati dal ministero del Lavoro, così da favorire l’occupazione delle donne. Questa è la parte positiva della riforma e riguarda la famiglia. Importante che si ragioni anche del rapporto tra condizione famigliare e lavoro, quando si legifera di lavoro. E' una prassi in Europa, prima volta in Italia.

L'ultima parola spetterà al Parlamento. La riforma aiuta decisamente i licenziamenti quindi gli imprenditori e danneggia senza se e senza ma i lavoratori. La modifica dell'articolo 18 rende il lavoratore parte ancora più debole nella contrattazione con il datore di lavoro e questo economicamente può portare solamente a una decisa riduzione degli stipendi. L'idea di fondo che ha animato la riforma, era quella di rendere il mondo del lavoro più elastico, favorendo si il licenziamento – uscita – ma anche l'entrata nel mondo del lavoro, e il periodo tra un lavoro e l'altro con l'Aspi. Tuttavia l'Aspi appare inadeguata perché non coprirà tutti. Ma il problema vero è che la riforma non migliora le condizioni di chi vorrebbe essere lavoratore ma ancora non lo è (giovani) o rischia di non esserlo più a breve (precari). Le protezioni sociali si concentrano ancora esclusivamente sui lavoratori dipendenti tradizionali e il licenziamento economico è un arma a doppio taglio in un periodo di crisi economica.

Qualora prima della stesura definitiva e della trasformazione della riforma in legge, ci fossero ulteriori cambiamenti, ve li comunicheremo.

Letto 2586 volte Ultima modifica il Venerdì, 06 Aprile 2012 16:36

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