Il Bolognino

Venerdì, 07 Giugno 2013 14:52

Stefano, ucciso due volte

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Stefano Cucchi Stefano Cucchi

La notizia è che mercoledì scorso, la III sezione di Corte d'Assise di Roma ha condannato per omicidio colposo i medici dell'ospedale Pertini, imputati nel processo per la morte di Stefano Cucchi. La sentenza ha assolto invece gli infermieri e gli agenti della penitenziaria, che secondo i giudici non avrebbero contribuito alla sua morte. Stefano Cucchi, il 31enne romano trovato morto in carcere una settimana dopo il suo arresto nell'ottobre 2009, è bene ricordarlo, era coperto di lividi evidenti, con numerosi parti del corpo rotte o tumefatte; addirittura con la colonna vertebrale rotta. La sentenza e la notizia da lo spazio per un commento, o meglio per provare a farne una piccola analisi.

 

 

La sentenza evidenzia due aspetti fondamentali, non specifici del solo caso Cucchi, ma validi più in generale e che ci spiegano come funziona lo Stato italiano. Se da una parte infatti ci sono le leggi, dall'altra pare che queste non esistano affatto e ci sia un codice, una legge non scritta, un insieme di consuetudini che probabilmente valgono solo per le forze dell'ordine.

 

Il primo aspetto è l'opinione pubblica. Stefano è una vittima innocente, un uomo entrato vivo in galera per scontare una giusta pena ed uscito morto, senza una spiegazione convincente e senza che in Italia ci sia la pena di morte, ma non tutti la pensano così. Ciò che fa orrore, oltre alla sua morte, oltre alla sentenza, è l'opinione pubblica, che si divide in due anche di fronte a un fatto di una simile gravità e di tale chiarezza. C'è chi continua a pensare che Stefano se l'è cercata, era un drogato e per tanto la sua morte prematura e violenta è solo una conclusione di una vita fatta di espedienti.

 

Ciò che nei paesi civili è la normalità, cioè che in carcere non si deve morire ma solo scontare la propria pena, e magari essere pure riabilitati, qui in Italia è solo un opinione. C'è infatti chi pensa che I detenuti, indipendentemente dal reato siano uomini di serie B, dei quali si può abusare, per I quali non valgono I diritti che valgono per tutti gli altri. C'è una larga fetta di popolazione incivile, e non sono I detenuti, ma coloro che la pensano come Giovanardi. E così, anche qui, siamo costretti a mettere queste parole nella sezione “opinioni”. Ma diciamola chiara la verità – che in questo Paese al contrario è un opinione - : No, Stefano non se l'è cercata la morte. Stefano è stato ucciso e non dai medici che hanno tentato di rimediare alle offese che il suo corpo ha subito da altri. Il fatto che abbia avuto episodi di tossicodipendenza non è una causa della sua morte e non può essere una giustificazione per i suoi assassini e aguzzini. Assassini che rimangono impuniti. Di mezzo ci sono andati i medici, per non avergli prestato le cure necessarie. Siamo al paradosso, all'assurdo, che ci porta al secondo aspetto della vicenda.

 

Il secondo aspetto è la copertura dei responsabili e l'imputazione della colpa ad altri. La sentenza Cucchi ha mostrato un altra volta come sia impossibile da parte della Magistratura italiana fare giustizia, se chi compie reati ha una divisa.

Lo abbiamo visto durante tutti gli anni 60 e 70, ma anche molto più di recente, con le vicende avvenute nella scuola Diaz, a Genova nell'estate del 2001. Lo vediamo continuamente nei tanti casi diversi, ma simili a quello di Stefano, persone morte, spesso di botte, dopo il loro arresto, di solito per motivi futili o per reati di scarsa entità e di scarso allarme sociale: il caso Giuseppe Uva, il caso Federico Aldrovandi eccetera, eccetera. Uomini, ragazzi finiti nelle mani di chi dovrebbe gestire l'ordine e far rispettare le leggi per intemperanze, piccoli reati, diciamola tutta, per venialità. Uomini e ragazzi a cui però è stata inflitta la pena più dura in assoluto e non prevista da nessun ordinamento: la morte per botte.

 

E' evidente che c'è qualcosa di profondamente malato nelle Istituzioni, e che questa non è più un opinione ma un doloroso dato di fatto. E' chiaro che chi ha una divisa, in Italia, spesso è esentato dal rispetto della legge, dal rispetto del corpo delle altre persone. Fatti come la morte di Stefano avrebbero dovuto svegliare le coscienze, destare i cuori, muovere i culi. Invece chi se ne occupa,chi se ne interessa è sempre e sola quella ristretta minoranza di persone a cui interessa vivere in un Paese civile. Agli altri evidentemente, non importa più. Oltre al danno estremo della morte e la beffa di non poter ottenere giustizia, la famiglia di Stefano dovrà per sempre fare i conti con l'ennesima beffa, quella di una giustizia che ha fatto un altra ingiustizia. Una giustizia incapace, forse impossibilitata a punire i veri responsabili di un assassinio. Stefano non s'è picchiato da solo, nelle sue vene non c'era droga quando morì. Questa vicenda deve far riflettere prime fra tutte le Istituzioni e le tante persone per bene che le compongono. Perché di Stefano Cucchi non ce ne siano altri. Mai più.

 

 

 

 

 

 

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