Il Bolognino

Giovedì, 07 Novembre 2013 19:06

Canned Dreams, il Capitalismo nel barattolo

Scritto da 
la locandina del documentario la locandina del documentario

Ieri sera ho visto il documentario "Canned Dreams" per la regia di Katja Gauriloff, nell'ambito della pregevole rassegna "Tutti nello stesso piatto", organizzata a Trento da Altromercato e Mandacarù e arrivata alla quarta edizione. Il documentario, che non pochi potrebbero definire scioccante nella sua asciuttezza espositiva e documentaristica, impreziosito da una fotografia eccellente, parla delle risorse naturali che compongono il contenuto di un barattolo di ravioli, ma in realtà parla di noi.


Il barattolo di ravioli industriale più che un prodotto è una potente immagine summa della globalizzazione e del consumo. Ho il sospetto però che l'obiettivo finale degli organizzatori del festival non sia fare della sana e gratuita coscienza civile, ma convincere che il mondo della grande distribuzione è intrinsecamente malato, e preferire perciò i loro negozi, dove - si presume - tutto è salubre e sostenibile. Peccato poi, ci sia chi come me, non è un novizio delle dinamiche di mercato, e capisce il secondo fine commerciale della pur lodevole iniziativa, che va detto, ha almeno il pregio di mostrare documentari di pregevole fattura e di scarsa distribuzione - binomio assai consueto nel mercato audiovisivo italico -.  

 

Il documentario in questione, appunto, ha mostra chi produce in molti paesi del mondo ciò che finisce sugli scaffali dei supermercati, senza commenti od opinioni. Solo interviste brevi ai protagonisti/lavoratori /trasformatori delle risorse, che finiranno nel mercato globale attraverso il barattolo di ravioli. Così scopriamo le miniere a cielo aperto del Brasile da dove proviene l'acciaio del barattolo e una madre povera che scava tra le rocce di minerale, a pochi centimetri da una scavatrice in movimento, alla faccia della sicurezza sul luogo di lavoro; vediamo i liquami non trattati dell'acciaieria che avvelenano e uccidono la foresta.

Scopriamo il ragazzo semi handicappato che in Danimarca fa nascere i maiali, stessi maiali che in Romania vengono uccisi per elettrocuzione e trasformati in carne, nella fabbrica dove incontriamo una giovane mamma che racconta la sua storia di violenze subite, lasciata per la strada dalla famiglia del suo partner perché Rom. Finiamo poi in Polonia, dove un macellaio decisamente sopra le righe che racconta come altri parte della sua storia con la catena del macello sullo sfondo, che produrrà la carne bovina. Gli schizzi di sangue delle bestie scalcianti completano la visione. Vediamo i ragazzi ucraini che con la trebbiatrice producono il grano. Le signore anziane che in Portogallo raccolgono il pomodoro; Italia per l'olio e la Francia per le uova e il confezionamento finale. Il tutto condito da abbondante trasporto via camion per oltre 30 mila chilometri, alla faccia del riscaldamento globale.

 

Un documentario simile non è un esperienza nuova per me, e probabilmente non sono cose nuove per la maggior parte di voi. Il fatto è che le conclusioni a cui si può giungere dopo aver visto tutto questo possono essere assai fuorvianti. Non è il mangiare carne che è intrinsecamente sbagliato, si mangiava anche prima della produzione su scala industriale. La soluzione al sistema non è certamente diventare vegetariani. La soluzione, non può essere a mio avviso, neanche quella di trincerarsi in una visione localista come quella suggeritami dall'amico con il quale ho visto il documentario, pensando che qui le cose vanno meglio, la produzione è meno disumana i cibi più sani eccetera. Anche questa conclusione è fuorviante. Perché prima della globalizzazione il sistema era il medesimo, solo in scala nazionale, e i danni erano gli stessi, solo su scala leggermente inferiore. Ora il sistema è più produttivo, e perciò più distruttivo, proprio perché globale. La ricchezza è arrivata anche altrove e in tutto il mondo il sistema provvederà a riempire i banchi dei supermercati. E per riempire i banchi dei supermercati, un sistema simile è purtroppo inevitabile.


Il documentario è sì un potente spunto per produrre almeno una reazione etica in chi lo guarda, ma al contempo mi ha generato anche un senso di straniamento. Cosa posso fare io, debole e singolo individuo per cambiare o per migliorare tutto questo? Questa è la domanda fondammentale. Altri si sono dati risposte che tentano di aggirare il problema: vegetarianismo o provincialismo. Entrambe parziali, entrambe discutibili. La carne che non mangio io la mangerà qualcun'altro, e poi chi l'ha detto che mangiare soia sia più sostenibile? Che magari per produrla hanno disboscato l'intera foresta tropicale, come accade in realtà, infatti. Al pari non tutti i prodotti sono disponibili a livello locale, perciò anche il "piccolo è bello" non è risolutivo, e poi abbiamo tutti bisogno di una dieta variata, perciò l'importazione/esportazione di derrate alimentari è ineluttabile. Proprio l'innalzamento dei redditi, la cultura culinaria e della salute hanno portato nei primi anni 50 del Novecento ad una produzione delle derrate alimentari nazionale prima, globale poi.

 

Non mi interessa in questa sede fare discorsi morali o di etica. Mi sono chiesto, uscito dal cinema, se tutto ciò avesse senso. Quello che sò per certo è che ormai non sono più un ragazzo di facili entusiasmi e animato dal fuoco sacro della ribelione nel petto. Sono consapevole che il Sistema non si può cambiare radicalmente, almeno non subito, almeno non con gli strumenti che ho a disposizione. Sò che tutto questo funziona perfettamente anche senza di me, funzionerebbe perfettamente anche senza i miei consumi e un Sistema simile se ne frega altamente del mio disagio etico e dei miei consumi biocompatibili o sostenibili.


Penso che questo disagio personale vada capito. Non è e non deve essere, a mio avviso, il fatto stesso di uccidere animali a scandalizzare. Né il consumo di materie prime e carburanti, energia e vite umane. Tutto questo, a ben vedere c'è sempre stato e ci sarà sempre. Un mondo hippy in cui tutti viviamo in contatto e fraterna unione con l'ambiente e gli animali non è mai esistito e mai esisterà. Quando era l'ambiente a prevalere sull'uomo, l'uomo era debole, coperto di stracci e con le pietre focaie provava a non morire di stenti e di freddo. Quando l'uomo ha iniziato a usare le risorse naturali per migliorare la propria condizione ha iniziato a impattare sull'ecosistema. Gli impatti sull'ecosistema della nostra vita sono ineludibili. Si può impattare meno, ma a che prezzo?


Perciò non può essere il consumo a scandalizzarci. E' lo scopo di questo tipo di consumo che non giustifica i mezzi impiegati!
Lo scopo infatti non è produrre cibo per tutti, non è più rispondere a un bisogno. Non è creare valore. Lo scopo è produrre profitto nel modo più efficiente ed efficace possibile, anche in modo laido cioè fregandosene di tutto e di tutti: della vita umana e animale, della biodiversità, dell'atmosfera, del consumo di risorse.


La tirata anticapitalista ci fa sentire meglio sul momento, però non dà risposte. Ci fu un altro sistema, diverso da quello capitalistico, ma era inefficace ed inefficiente e alla lunga ne uscì sconfitto. Alla fin fine tutto quello che il documentario descrive viene descritto da centinaia di altri documentari, ed altro non è se non la fredda riproposizione di un metodo di produzione, nei secoli migliorato sempre di più, oggi estremamente efficace ed efficiente e globale. E' la riproposizione su scala globale di un metodo di produzione - quello capitalistico - che la storia ha determinato come vincente.


Il sangue degli animali uccisi, i camion, i problemi sociali degli operai e il consumo indiscriminato di risorse sono alcuni effetti del miglior sistema economico che l'uomo abbia mai inventato: il Capitalismo. Migliore almeno in termini di efficacia ed efficienza economica. Capitalismo, che è bene ricordarlo, a noi italiani come a tanti altri occidentali ci ha resi prosperi, ben nutriti, caldi e al sicuro nelle nostre grandi case, pronti a sprecare deliberatamente il barattolo di ravioli, magari lasciandolo sugli scaffali del supermercato fin dopo la sua scadenza, fino a che è da buttare. Fino a che la vita di quegli animali e quelle persone non si è trasformata nel nostro scarto, nel nostro rifiuto urbano.


La consapevolezza che manca - a mio avviso - non è tanto che il mondo è cattivo o ingiusto. Non si tratta perciò di dare giudizi di valore o di trovare scappatoie come il "me ne frego", o il giustificatorio "è colpa delle multinazionali". La consapevolezza che ci manca è che quello descritto dal documentario è un Sistema brutale e distruttivo, ma è il nostro sistema, cioè il sistema occidentale, nato con la seconda rivoluzione industriale inglese e che ancora oggi vive e prospera e, anzi, ha colonizzato tutto il mondo facendolo diventare un immensa platea di produzione e consumo senza sosta né limiti.


L’economista Prem Shankar definisce la globalizzazione come la “quinta espansione del Capitalismo, che tende a trasformare il pianeta in un unico centro di produzione e commercializzazione". Questa è la nostra economia, bellezza. E' il nostro way of life, il nostro stile di vita, al quale non rinunceremmo mai, nemmeno per tute le vite di tutti i maiali del mondo. E questo vale per tutti, anche per gli hippy pseudo-sinistroidi vegetariani o animalisti. Perché la coscienza è importante, ma tutti abbiamo bisogno dello stipendio per campare. E lo stipendio lo ottieni solo se ti metti in gioco e lavori nel Sistema.


Penso in fin dei conti, proprio per queste considerazioni sopra elencate, che non saranno le coscienze dei cittadini del mondo a rendere più giusto e sostenibile questo Sistema. Il Sistema ha già mutato se stesso cinque volte e sarà pronto a sostituire anche la carne se non la vogliamo più. Ma la sostanza del modello resterà intatta e inscalfibile.

Forse solo la fine delle risorse un giorno sveglierà gli uomini della stanza dei bottoni e imporrà globalmente una drastica rivisitazione dell'intero sistema di produzione commercializzazione, non certo una scelta umanitaria o etica.

Letto 1831 volte Ultima modifica il Giovedì, 07 Novembre 2013 23:24

Potrebbe interessarti anche:

  • Inutili autodafé

    Temo che la normale procedura che si segue dopo aver perso le elezioni, non sia più granché utile. Parlo dell'autodafé, anche detta autocritica. Autocritica invocata in questi giorni dai molti che la chiedono al PD e sopratutto a Renzi, già dimesso. Questi richiedenti autocritica sono proprio da chi non ha votato PD, il che come minimo è strano o sospetto. Sembra che dietro quella di richiesta non ci sia una vera necessità di autocritica, ma piuttosto una voglia molto porcina e inconfessabile di chiedere la pubblica gogna dopo aver finalmente aver scornato il toro.

  • La lontananza tra working class e riformisti in Francia e Italia

    C'è un filo che lega Italia e Francia. Non è solo la comune identità romanza, l'amore per il vino, le belle donne, l'arte e la cultura. Si tratta di una dinamica politica molto simile, dove pare rinascere e riprendere vigore la teoria politica della maggiore possibilità di vittoria se si occupa lo spazio politico detto centro. Macron, da ieri sera il più giovane Presidente della Repubblica Francese, ne è un indizio.

  • 1° Maggio, sindacato dove sei?

    Se i sindacati usassero il 1° Maggio per capire i propri errori invece di fare il Concertone, forse, sarebbe meglio per tutti. La butto là come riflessione, non come polemica, ma come critica costruttiva. Sopratutto alla luce del fatto che la produttività del settore privato italiano è pari a quella di Francia e Germania, le ore lavorate sono 1/3 in più, ma gli stipendi sono la metà.

Aggiungi commento


Codice di sicurezza
Aggiorna


Dove ci porta l'UE

Memoria Collettiva

  • Strage di Bologna, il giudice priore e l'ingiustizia a orologeria
    Scritto da

    Basta, non se ne può più. Si dice che, se sbagliare è umano, perseverare sarebbe diabolico. A prima vista non si direbbe che Rosario Priore possieda fattezze luciferine. Eppure l’insistenza di questo magistrato che, da sei anni a questa parte, non perde occasione per ravvivare, a mezzo stampa, il dolore dei familiari delle vittime d ...

    Venerdì, 08 Luglio 2016 16:13 in Memoria Collettiva

La voce di Bologna

  • Vaccini tra paure e realtà, la serata
    Scritto da

    L'iniziativa “Vaccini tra paure e realtà” promossa dall'associazione ‘Minerva Associazione di Divulgazione” e dal blog ‘Bufale un tanto al chilo’, si terrà sabato 21 Marzo alle ore 20.45 presso lasala sala consigliare Cenerini del quartiere Saragozza. Noi de ilbolognino.info segnaliamo ...

    Mercoledì, 18 Marzo 2015 15:31 in Bologna

Multimedia

  • Fuori Tempi 4x20 finale stagione

    Paolo Perini, in collaborazione con Ipn e ilbolognino.info, con questa ultima puntata salutano gli appassionati e gli ascoltatori cogliendo l’occasione per una breve analisi dei fatti politici più importanti che abbiamo seguito in questa Quarta stagione di Fuori Tempi, a cavallo tra la seconda parte del 2014 e il 2015.

    Ho scelto per voi di ricordare e di approfondire, come ...

Questo sito utilizza cookies e tecnologie simili, anche di terze parti. Proseguendo accetti l'utilizzo dei cookies nel tuo browser Voglio saperne di più