Il Bolognino

Martedì, 13 Settembre 2016 07:47

Le mie ragioni per il Si alla riforma costituzionale

Scritto da 

In questi mesi ho ragionato se fosse opportuno scrivere una delle tante analisi sul prossimo voto referendario, ma poi ho pensato che comunque alla mia analisi è preferibile quella dei professori e degli estensori della riforma. Mi limito perciò a spiegare le ragioni personali che mi hanno convinto della bontà della riforma costituzionale che a breve dovremmo tutti votare con referendum.

Prima però mi preme ricordare che per anni sono stato parte movimenti contrari alla troppa ingerenza e forza degli esecutivi e a favore del rispetto della Costituzione. E' ovvio perciò che buona parte delle persone che conosco siano contrarie alla riforma costituzionale e siano rimaste stupite da quello che probabilmente ai loro occhi è un mio cambiamento di direzione politica, in realtà non lo è affatto. Ho sempre difeso la Costituzione repubblicana nata dalla Resistenza per i valori che essa incarna (prima parte della Costituzione), e non necessariamente per il funzionamento della macchina politica (seconda e terza parte della Costituzione), che ho anzi sempre visto come deficitario nel rispondere efficacemente al mondo di oggi. Scrivo queste righe per spiegare le ragioni del SI alla riforma istituzionale che mi hanno convinto, - non necessariamente sono le ragioni del SI proprie del comitato del SI o del governo in carica. Le esprimo anche per spirito di contraddittorio visto che online si trovano per la maggior parte opinioni di simpatizzanti del NO alla riforma. Ma prima è necessario capire dal punto di vista storico perché il nostro sistema Istituzionale non funziona a dovere e c'è chi avanza una riforma costituzionale. 


Premessa storica

La Costituzione repubblicana ha costruito un sistema istituzionale che rispecchiava le convinzioni e i valori dei vincitori della guerra civile italiana da parte delle forze democratiche e Costituenti (Democristiani, Socialisti, Azionisti, Comunisti, Socialdemocratici e Repubblicani) definite anche forze "antifasciste" in contrapposizione al regime dittatoriale precedente - fascista. A causa del ricordo della dittatura, l'obiettivo principale dei costituenti fu costruire un sistema in cui il governo fosse particolarmente debole e comunque soggetto a un forte vincolo di lealtà con il Parlamento, ovvero con le forze politiche prima che con i cittadini.
L'Italia ha come forma di governo la repubblica parlamentare a bicameralismo perfetto (nella quale entrambe le Camere hanno le medesime funzioni). Il nostro sistema istituzionale invece si basa sulla netta separazione dei poteri tra esecutivo, legislativo e giudiziario, e un con un esecutivo che sottostà alla volontà del Parlamento che gli da la fiducia senza la quale non può operare. Gli elettori quindi non votano l'esecutivo, ma solo il potere legislativo, cioè il Parlamento, o meglio ancora i rappresentanti, afferenti a dei partiti politici, che compongono il Parlamento, Camera e Senato. Questo sistema si è basato per più di quarant'anni sulla "Partitocrazia" cioè sull'accesso dei cittadini alla cosa pubblica e alle istituzioni attraverso lo strumento partito. Una partecipazione mediata e "sociale" da strutture "ponte" tra le istituzioni e la gente, cioè i partiti. La somma delle volontà dei partiti costruiva e costituisce in Parlamento la maggioranza per sostenere il Governo. Il bipolarismo degli anni 90, post 94, ha distrutto questo rapporto comunitario tra cittadino e politica che vedeva al centro la forma partito e lo ha sostituito con un rapporto individuale tra cittadino e politica. Spesso questo rapporto individuale si estrinseca nella identificazione personale con il leader piuttosto che a un appartenenza di partito. Oggi siamo arrivati all'estremo di questo individualismo incarnato dalla identità politica del M5S che vede una necessità di "democrazia diretta" comandata tramite internet dal singolo cittadino una volta superato il sistema dei partiti. Il centrodestra invece continua a puntare sull'identificazione personale con il leader.

Nel nostro sistema istituzionale, il governo doveva essere costruito in Parlamento (in realtà nelle segreterie di partito) dopo le elezioni. L'avvento del bipolarismo muscolare introdotto dalla figura di Berlusconi ha distrutto questo equilibrio e forzato alla costituzione di alleanze politiche per il governo prima dell'elezione del Parlamento. Ecco spiegato perché c'è la convinzione diffusa che alle elezioni politiche si voti il governo: questo fa cadere la prima freccia nella faretra del NO: il governo Renzi non è un governo eletto, ma non per questo non è legittimo. Nessun governo è mai stato eletto dai cittadini in Italia. Prima del 94, gli schieramenti politici erano divisi da profonde fratture ideologiche (determinate da dinamiche esterne al potere italiano, che afferivano alla divisione del mondo in blocchi: capitalismo da una parte e comunismo /socialismo rivoluzionario dall'altra) ma che trovavano la propria composizione nel sistema Istituzionale grazie alla mediazione e al compromesso continuo tra le forze politiche tale per cui la maggioranza non schiacciava mai l'opposizione e comunque discuteva con tutti le leggi da approvare. La morte dei grandi partiti di massa (Dc e PCI) dovuta sia a dinamiche interne (Tangentopoli) che a dinamiche esterne (fine del mondo comunista, caduta del Muro) e successivamente l'avvento del bipolarismo di matrice americana portato in Italia da Berlusconi, hanno distrutto la pratica della discussione e anche la comune identità antifascista del sistema partitico/politico italiano (cosiddetta fine delle ideologie)

Il bipolarismo degli anni 90, nel quale si sono confrontate spesso senza rispetto reciproco due grandi coalizioni di centrodestra e centrosinistra, ha rivoluzionato anche le Istituzioni. Le grandi coalizioni di centrosinistra e centrodestra però erano spesso troppo eterogenee al loro interno per riuscire a governare con continuità e pienezza, come anche l'Unione Europea nonché le dinamiche economiche avevano imposto. Oggi tutti riteniamo che sia il Governo a doverci fornire le risposte - e non più i nostri rappresentanti in Parlamento - e siamo pronti a tifare contro o a favore del "nostro governo".  A questo clima per nulla democratico si aggiunga la necessità di risposte rapide imposta alla politica dall'economia. 

 

Un sistema istituzionale obsoleto

La fine delle ideologie e cambiati i valori di riferimento, sono altresì cambiati i rapporti di potere tra i poteri dello Stato. I Costituenti avevano pensato a un Parlamento che si occupasse di fare le leggi, e un Governo che amministrava e basta, da circa trent'anni a questa parte non è più così. Il Parlamento fa le leggi che vuole l'esecutivo, altrimenti l'esecutivo scavalca il Parlamento con decreti legge. L'abuso della decretazione d'urgenza, è una delle piaghe causate da un sistema istituzionale che non funziona più per come era stato progettato. La distinzione tra esecutivo e legislativo è venuta meno anche per la necessità da parte del governo di giustificare la propria esistenza con scelte e quindi leggi, che non possono essere più lasciate ai lavori parlamentari e sempre di più sono le leggi ad essere diventate espressione della volontà politica dell'esecutivo. Ad oggi, il 90% delle leggi è di iniziativa governativa. Una legge che nasce in Parlamento e fa tutto l'iter fino alla promulgazione, la firma del Presidente della Repubblica e la pubblicazione in Gazzetta Ufficiale impiega dai 400 ai 1200 giorni minimo. A volte di più, proprio a causa del bicameralismo paritario che consiste nel fatto che sia Camera che Senato devono votare la medesima legge senza apportare modifiche al testo altrimenti la legge viene rimpallata all'altra camera. Questi tempi non sono più compatibili con le esigenze politiche di governi che devono dare risposte ai bisogni della gente in poco più di qualche settimana, a volte anche in qualche giorno. 

I governi quindi hanno spesso abusato della decretazione d'emergenza (decreto legge) per saltare a pie pari il Parlamento e gli eventuali limiti o pesi e contrappesi ideati per contenerne le iniziative. La riforma costituzionale pone un limite alla decretazione grazie all'introduzione dell'iter a data certa, sono inoltre inseriti alcuni limiti sul suo utilizzo, in parte derivanti da precedenti sentenze della Corte costituzionale. In particolare è specificato che sia i decreti che le leggi di conversione devono avere contenuti specifici, omogenei e coerenti al titolo, senza contenere "disposizioni estranee all'oggetto o alle finalità del decreti".
Le opposizioni non hanno molte risorse per opporsi, la più nota è l'ostruzionismo e la più costruttiva è la discussione nelle commissioni parlamentari. Spesso questi poteri sono nulli se la maggioranza che esprime il governo è coesa. Ma fortissimi se il governo non è coeso, cioè se è più propenso ad ascoltare la propria minoranza interna. Si raggiunge il paradosso che un governo più attento alla opinioni di tutti ha oggi vita molto più dura rispetto a un governo dal fare semi-autoritario (si pensi in questo senso alla differenza tra i governi Prodi e i governi Berlusconi). Per superare l' empasse il governo oggi ricorre a "canguri" per tagliare i tempi della discussione mentre le opposizioni ricorrono a menzogne per far montare la rabbia e contestualmente far diminuire il sostegno dell'opinione pubblica al governo come nel caso del referendum sulle trivelle o in decine di altri casi. Da entrambe le parti si ricorre sempre più all'invettiva e all'offesa, piuttosto che all'esposizione delle proprie idee.

In questo clima distruttivo è sempre più spesso il Governo che non riesce a fare ciò che aveva promesso proprio per via della necessità di mediare tra opinioni contrapposte all'interno della maggioranza di governo, da un lato, e doversi difendere dalle accuse delle opposizioni dall'altro. Una riforma che da un lato da più potere all'esecutivo ma dall'altro riduce la possibilità per il governo di saltare il Parlamento è per me meglio di ciò di cui oggi disponiamo.


Governo più forte significa Governo più responsabile, non meno Democrazia

 
Il timore del comitato del No nonché la principale accusa mossa alla riforma stessa è proprio che dare una sicura maggioranza al governo (tramite la legge elettorale Italicum) e poi una fiducia data solo dalla Camera dei deputati possa tradursi in un rischio per la democrazia per via del troppo potere governativo. Io ritengo che questa sia una critica fumosa nel senso che già oggi con la Costituzione attuale, se un governo ha una solida maggioranza alla Camera e al Senato può fare ciò che vuole. A riprova di questo non si dimentichino le tante leggi ad personam dei governi Berlusconi II III e IV, con un Parlamento che è riuscito persino a votare che Ruby rubacuori fosse nipote di Mubarack, o le riforme dell'articolo 18 e della Legge Fornero poi da tutti contestate fatte dal governo Monti.
Con una maggioranza coesa neppure il Senato è un limite all'operato del governo, semplicemente un allungamento dei tempi. Avere due Camere che fanno la stessa cosa non costituisce un limite al potere esecutivo come credevano i costituenti. Con l'attuale sistema istituzionale abbiamo avuto anche governi forti, ma la stabilità del governo dipendeva sempre dal rapporto tra il governo e le segreterie di partito che lo sostenevano. La riforma invece dà a tutti i governi maggiore stabilità e più potere ai cittadini e riduce il potere delle segreterie di partito, le quali nel caso in cui decidessero di togliere la fiducia al governo si troverebbero a dover giustificare tale scelta davanti a un opinione pubblica che ha fornito una forte legittimità al governo in carica. Anche nel caso in cui il combinato Italicum (legge elettorale) e riforma Istituzionale dia come risultato un solo partito alla guida di una maggioranza, la Camera dovrà dare comunque la fiducia, e questo non svilisce il ruolo del Parlamento, semmai annullerà il ruolo dei partiti minori che nelle coalizioni di governo hanno sempre avuto troppo peso decisionale rispetto all'effettivo peso elettorale. La riforma riduce anche l'influenza di minoranze interne al partito di governo che da sempre condizionano il governo stesso e ottengono spesso sottosegretari e posti di governo come premio per la fedeltà. Come effetto collaterale si potrebbe ottenere anche una lieve riduzione dei costi della politica e un sensibile miglioramento della qualità della produzione legislativa.

 
La riforma costituzionale dà maggior potere al Governo, ma con altrettanta maggiore responsabilità di prima, visto che l'Italicum, se non verrà modificato, darà una maggioranza a una lista sola in caso di vittoria al ballottaggio o un premio di maggioranza ad una coalizione in caso di non raggiungimento del 40% dei voti. La maggioranza sarà di sicuro più coesa che nel passato perché non c'è più necessità di creare mega coalizioni eterogenee per ottenere il 50% +1, come durante il ventennio bipolare. Il governo ha maggiore responsabilità perché ottiene una maggioranza chiara per cui non c'è più necessità di compromessi al ribasso per convincere (o comprare) qualche parlamentare in più per fare da puntello a maggioranze e governi traballanti. Questo dovrebbe impedire ciò che come cittadini odiamo di più dalla politica oggi, quel senso di incompiuto, di promessa non mantenuta che ha fatto tanto crescere la rabbia popolare. Un governo che non fa ciò che ha promesso in campagna elettorale avrà molti meno alibi di oggi e perciò sarà più facilmente liquidabile e riconoscibile agli occhi dell'opinione pubblica come unico responsabile delle proprie azioni, perché giochetti di sopravvivenza come i rimpasti non saranno più visti di buon occhio dall'opinione pubblica, visto la solida maggioranza ottenuta dalle elezioni. Il governo non potrà più affermare di non aver potuto fare quanto promesso per colpa altrui (si ricordino i Ds e Margherita che incolpavano la sinistra della caduta del governo Prodi, o Berlusconi che incolpava la Lega per la caduta del suo secondo governo). Nel caso in cui ci sia un solo partito che esprime la maggioranza e quindi il governo, bisogna comunque ricordare che la segreteria del partito avrà comunque il potere di destituire il governo tramite i rappresentanti con un voto di sfiducia parlamentare. Il fatto che tutti i governi siano ad oggi - è bene ricordarlo - sempre stati costruiti da molti soggetti in coalizione tra loro è uno dei problemi di tenuta dell'esecutivo. In Italia abbiamo avuto 63 governi in 68 anni di vita politica Repubblicana, un record negativo mondiale: non c'è rischio di avere un governo troppo forte, semmai ad oggi il rischio è di avere governi con poca responsabilità. Questa riforma aumenta la responsabilità politica.

Inoltre, non da ultimo, sappiamo che la storia dei sistemi politici non indica quasi mai in un governo forte la fine della democrazia. La democrazia è sempre morta perché il governo era debole, non perché troppo forte. Si pensi alla fragile democrazia della Repubblica di Weimer che non poté ostacolare la presa del potere di Hitler o i fragili governi liberali che spianarono la strada a Mussolini ed ebbero paura di contrastare l'avanzata del fascismo e la marcia su Roma o al governo di Salvador Allende che dovette soccombere al golpe militare di Pinochet.



Senato regionale e necessità di ridurre i costi della politica 


Buona parte della forza delle forze antisistema degli anni 90 e attuali (Forza Italia e Lega prima, ora Movimento 5 Stelle) nascono dalla polemica sui costi della politica, percepiti da fuori come eccessivi. A nulla serve ricordare che la maggior parte di debito pubblico è stato fatto negli anni 80 quando i costi erano fuori controllo anche grazie alla corruzione di Craxiana memoria e che da allora tutte le forze politiche post tangentopoli hanno sempre cercato di fermare e ridurre le spese del sistema, tanto che sono più di vent'anni che lo Stato opera tagli al proprio bilancio in un ottica di contenimento del debito pubblico, anche grazie agli impegni presi in ambito europeo. Tutta la retorica del M5S sulla rinuncia al finanziamento pubblico ai partiti su cui lo stesso movimento basa buona parte del proprio apprezzamento popolare è il sintomo del malessere di una popolazione che da anni vive ristrettezze economiche e rabbia per gli sprechi di soldi pubblici operati dalla politica. Renzi, ha fatto propria questa battaglia fin dagli albori della propria attività nazionale all'interno del Pd, fino a ottenerne prima la segreteria promettendo anche rinnovamento dei vertici "rottamazione" oltre che riduzione degli sprechi "riforme". Il Senato regionale risponde anche a questa logica di contenimento dei costi - i nuovi senatori saranno sindaci e rappresentanti delle regioni non pagati - 100 in tutto e non più 315 come oggi. Il contenimento dei costi della politica è vista dal governo in carica come argine e risposta al populismo che si nutre della rabbia sui costi della politica. Tuttavia non sono molto convinto da questa argomentazione. Mi convince di più pensare che il fatto di avere una sola camera che fa le leggi nazionali potrebbe migliorare la qualità delle leggi, infatti spesso le leggi appaiono contraddittorie in alcune parti anche a causa dei molti "padri". Da ultimo è bene ricordare che avere due camere "politiche" al posto di una non ha impedito le leggi ad personam, ne altre soverchierie da parte degli esecutivi del passato. L'unico vero errore in merito al nuovo Senato lo trovo nell'immunità parlamentare per i senatori, che trovo ingiustificata. Il Si non manca di ricordare che con la riforma costituzionale si abolirebbero definitivamente le province sempre in ottica di una riduzione del costo della politica, come detto sopra non sono convinto che il problema sia il costo della politica, ma la sua efficacia.



Dinamica localismo - centralismo: superamento del Titolo V

La più importante dicotomia di valori nata dopo il 45 e dopo la Costituzione è la dinamica crescente tra localismo - centralismo, esemplificata anche a livello politico dalle fortune politiche di alcune forze che ne hanno fatto parte della loro identità programmatica (prima Lega Nord). Per tutta risposta il sistema politico, con la legge costituzionale 3/2001, ha modificato la Costituzione repubblicana che aveva costruito un sistema istituzionale fortemente accentrato, in un sistema molto più decentrato, grazie alla riforma del Titolo V, nel quale le regioni hanno avuto molti più poteri, ma carente responsabilità politica nelle loro azioni.
La riforma del Titolo V ha dato potestà legislativa generale appartiene allo Stato e alle Regioni, posti sullo stesso piano; la competenza è attribuita per materie.

La competenza a legiferare può essere:

  • esclusiva dello Stato;
  • residuale (esclusiva) delle Regioni;
  • concorrente.

Si sono così costruiti 20 sistemi sanitari diversi - che hanno fatto decuplicare la spesa sanitaria in 10 anni diminuendo contemporaneamente i servizi ai cittadini, 20 uffici di promozione turistica per l'estero, decine di centinaia di municipalizzate - vero e proprio buco della finanza pubblica - eccetera. La riforma Costituzionale per cui dobbiamo scegliere SI o No, essere a favore o contrari, corregge la riforma del Titolo V cancellandolo e sopratutto cancellando la competenza concorrente tra Stato e Regioni, che ha causato moltissimi ricorsi, rimpalli di responsabilità e per noi cittadini sprechi, ricorsi, ingiustizie e disparità varie. L'eventuale co-responsabilità su molte materie inclusa la sanità resta, ma la potestà legislativa torna saldamente nelle mani dello Stato e io la trovo una cosa molto positiva.

 

Rischio centralizzazione con l'abolizione del Titolo V? No meno litigi tra Stato e Regioni

Il Senato "regionalizzato" con la riforma costituzionale, potrà avere una maggioranza diversa rispetto alla Camera dei deputati. Questo costituirà un vero e forte limite all'attività del governo nel caso il governo voglia modificare leggi di applicazione europea e o leggi che riguardano anche gli enti locali. Quindi il Senato sarà tutt'altro che inutile. Qui io vedo più limiti all'esecutivo, e non meno come affermano i promotori del NO. Altresì vedo finalmente più giusto spazio alle esigenze degli enti locali anche in una discussione paritaria con il governo centrale, cosa che fino ad ora manca e non è affatto stata risolta dalla Conferenza Stato Regioni. Per esempio sarà impossibile togliere ulteriori trasferimenti alle province di Trento e Bolzano senza che non ci sia un dibattito pubblico in merito, come invece è successo negli ultimi anni. 

Il comitato per il No alla riforma costituzionale afferma che il Senato regionale è una delle cose peggiori della riforma perché non si abolisce il Senato ma solo la possibilità da parte dei cittadini di votarlo. Tuttavia saranno i sindaci delle città metropolitane e dei rappresentanti regionali a fare i senatori - senza percepire stipendio - e saranno votati dagli elettori nelle elezioni locali. 

Per il comitato per il No questo nuovo sistema istituzionale è "confuso" e più complicato di quello precedente e foriero di "litigi" tra Camera e Senato. Invece per me il  Senato regionale da maggiore responsabilità politica e accountability agli amministratori locali, che d'ora in poi avranno molta più visibilità politica nella legiferazione e nel modificare e trattare la vita dei cittadini. Pochi di noi seguono i lavori delle assemblee regionali, anche se il Titolo V ha dato loro moltissimi poteri le cui decisioni poi ricadono sulle nostre vite. Maggiore visibilità significa anche anche maggiore responsabilizzazione, pensate in piccolo a quanto successo all'amministrazione di Roma non appena si sono accesi i riflettori dell'interesse nazionale: credo che avere un Senato regionale possa "accendere i riflettori sui senatori" e portare una necessaria trasparenza sui rapporti tra enti locali e Stato, che oggi manca.

 

Nuovo Referendum e maggiore partecipazione

Tra le critiche alla riforma c'è anche la presunta riduzione nella partecipazione civile. La riforma si è posta anche il tema di modificare l'istituto del Referendum, anche a causa di un sovrautilizzo spesso fine a se stesso dell'istituto referendario.

Per quanto riguarda le leggi di iniziativa popolare, da un lato il numero di firme necessario per la presentazione di un disegno di legge è aumentato da 50 000 a 150 000, dall'altro viene introdotto il principio che la discussione e la deliberazione in merito ai disegni di legge di iniziativa popolare deve essere garantita, secondo tempi certi, da stabilire nei regolamenti parlamentari. Ad oggi sappiamo che questa principio di discussione non c'è e sono centinaia le leggi di iniziativa popolare nei cassetti del Parlamento. 

Sono inoltre introdotti referendum propositivi e d'indirizzo, la cui disciplina è rinviata a una successiva legge d'attuazione. Anche qui si tratterebbe di una grande innovazione e permetterebbe alla società civile di proporre direttamente al Parlamento delle leggi, ad oggi questo non è possibile. Per quanto riguarda i referendum abrogativi, se sono richiesti da almeno 800 000 elettori invece che 500 000, sono validi anche nel caso voti la maggioranza dei votanti alle ultime elezioni politiche; se richiesti da almeno 500 000 elettori ma meno di 800 000, o da cinque consigli regionali, rimane invariato il quorum della maggioranza degli aventi diritto. Io trovo che questa sia una riforma che da più partecipazione, non meno.



Conclusioni

Principali pesi e contrappesi attuali e futuri

Ogni sistema istituzionale di qualsiasi democrazia si basa su un intrico di poteri che limitano il potere del sovrano o del governo in carica. Questi lacci si chiamano "pesi e contrappesi" e dovrebbero impedire la formazione di una dittatura. Qui di seguito elenco i principali pesi e contrappesi predisposti dalla Costituzione attuale e le loro modifiche con la riforma Costituzionale:

Il Presidente della Repubblica: La Costituzione individua nel Presidente, il primo contrappeso al potere esecutivo, perché spetta al Presidente la firma delle leggi. Sappiamo che il Presidente può rimandare al parlamento le leggi per una sola volta, quindi questo suo potere è spuntato. Anche in occasione di forte contrasto tra potere esecutivo e potere istituzionale del capo dello Stato come in occasione del governo Berlusconi e del presidente Scalfaro, ad averla quasi sempre vinta è stato il potere esecutivo. Questo contrappeso seppure spuntato rimane anche con la Riforma Costituzionale;

Netta separazione dei poteri: la Corte CostituzionaleAnche il forte potere di contrasto dell'attività dell'esecutivo rappresentato dal forte e indipendente potere giudiziario non viene scalfito dalla riforma costituzionale, anzi. La riforma costituzionale promossa da Renzi- Boschi accresce il potere reale della suprema corte- la Corte Costituzionale che potrà decidere in via preliminare se una legge elettorale sia costituzionale oppure no. Ad oggi invece, il Parlamento e il governo possono fare tutte le leggi incostituzionali che vogliono, e il ricorso alla Corte Costituzionale è fatto solo de jure da parte di un giudice in dibattimento. Questo ha spesso causato cose pazzesche come la legge Porcellum in vigore per molti anni, prima di venire giudicata incostituzionale. La stessa elezione dei giudici costituzionali "laici", cioè eletti dal Parlamento non vede maggiore peso del governo: il governo con la riforma istituzionale avrà più potere, ma non quello di votarsi da solo i giudici e il Presidente della Repubblica perché i numeri per l'elezione sono stati resi maggiori. Renzi e Boschi nonché il Pd, hanno in questo dimostrato di non voler essere dittatori altrimenti avrebbero potuto decidere di non modificare l'elezione dei giudici e del capo dello Stato facilitandone il controllo da parte dell'esecutivo;

Il Bicameralarismo perfetto (Camera e Senato con le medesime funzioni): Anche in questo caso la riforma Costituzionale non va a rivoluzionare a favore dell'esecutivo: il Senato viene trasformato in una camera regionale e sarà composto da sindaci delle città metropolitane e altri rappresentanti regionali, che non percepiranno stipendio ulteriore e che saranno eletti dai cittadini in occasione delle elezioni locali. I promotori del No alla riforma sostengono che questo sia uno dei punti inaccettabili perché non si abolisce il Senato ma solo la possibilità dei cittadini di votarlo. Come abbiamo visto i rappresentanti saranno eletti, ma non direttamente. La riforma quindi costruisce un sistema istituzionale simile a quello tedesco e spagnolo, nonché inglese per quanto riguarda una camera alta e una camera bassa che si occupa di leggi regionali o che riguardano le autonomie locali. Ad oggi non abbiamo sentore che in Germania, Spagna, Francia (monocamerale), Usa, Inghilterra eccetera ci siano dittature, anzi. Una sola Camera detentrice del potere politico sembra funzionare nettamente meglio del nostro che è un sistema unico al mondo con due camere che hanno le medesime funzioni.

Il sistema dei partiti che "governa" il sistema IstituzionaleI costituenti avevano nascosto nelle pieghe del sistema e non nella lettera della Costituzione il vero freno all'attività dell'esecutivo: i partiti. Il nostro attuale sistema istituzionale altro non è se non una partitocrazia, in cui i cittadini votano gli esponenti di partito come propri rappresentanti e le segreterie di partito decidono la vita o la morte del governo in carica togliendo o ammettendo la propria fiducia in Parlamento tramite i nostri rappresentanti. Questo sistema ha causato il succedersi di 63 governi in 69 anni di vita politica Repubblicana (1947 primo gov politico di Degasperi - 2016), il record mondiale negativo pari a quasi un governo all'anno. Uno spreco che non si possiamo più permettere. La riforma costituzionale vuole dare maggiore stabilità al governo e anche con il combinato della nuova legge elettorale (Italicum) dare una piena maggioranza al prossimo governo espressione del voto. Anche se si prevede una solida maggioranza in Parlamento, non cambia il rapporto tra esecutivo e legislativo con la Camera a cui si riconosce il ruolo di dare la fiducia al governo. 


La riforma costituzionale, come abbiamo visto, è per me quindi una risposta alle nuove necessità politiche di maggiore incisività dell'esecutivo e maggiore responsabilizzazione con una auspicata compressione dei costi della politica, probabili minori contrasti tra gli enti locali e lo Stato ma maggiore responsabilità politica per i politici locali, maggiore e migliore accesso alle decisioni politiche tramite l'istituto cardine di democrazia diretta - referendum -. 
 

 

Letto 1017 volte Ultima modifica il Martedì, 13 Settembre 2016 16:51

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0 #1 BestKatharina 2018-10-29 13:43
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