Il Bolognino

Sabato, 18 Maggio 2013 18:09

Ue vieta gli orti? Tutt'altro!

Scritto da  Scientificast

È degli ultimi giorni la notizia che la Comunità Europea sta varando una nuova legge che regolamenti la riproduzione, la produzione e la vendita su larga scala di vegetali a scopo alimentare, ovviamente scatenando le più disparate proteste e scandalizzando una buona parte del pubblico di internet, che si batte per il diritto di ognuno di coltivare il proprio orto e produrre i propri ortaggi.

 

Andando a leggere qui, qui , qui  e qui infatti la situazione sembrerebbe alquanto preoccupante.

Se, invece, si va a controllare il testo della proposta di legge, gran parte di questo scandalo rientra e si capisce che lo scopo della UE non è vendersi alle multinazionali dell’agricoltura bensì creare un mercato regolamentato degli ortaggi e delle verdure a livello comunitario, con lo scopo di garantire la qualità dei prodotti e la salute dei consumatori. E come si fa? Naturalmente dandosi delle regole che possano essere comprensibili e attuabili nei vari paesi della Comunità.

 

La legge parte dalla premessa che tutti i vegetali, la frutta e gli alberi debbano essere ufficialmente testati e registrati prima che possano essere riprodotti e distribuiti a fini commerciali.  Il che vuol dire (ed è ben specificato sia nel testo che nella sezione FAQ) che il provvedimento non è applicabile a chi produce ortaggi o verdure a scopo di consumo personale.

Mio padre e il suo orto sono salvi, meno male.

 

Ma ci sono anche delle altre eccezioni a queste nuove regole: organizzazioni di volontariato o piccoli produttori con meno di 10 impiegati, banche del seme, istituti scientifici e organizzazioni rivolte alla conservazione delle risorse genetiche (inclusa la conservazione sul campo) o alla conservazione di materiale riproduttivo da scambiarsi tra persone che non siano operatori professionali. Si  sta anche  lavorando a delle deroghe per  produttori di sementi per coltivazioni biologiche anche per grandi quantità di semenza. Queste regole non sono nemmeno applicabili a prodotti con valenza specifica locale o a produzioni di nicchia.

 

Siamo, quindi lontani dallo scenario orwelliano che viene descritto da molti, ma probabilmente la domanda a cui si dovrà dare una risposta è: quanto costerà testare e registrare l’incredibile varietà di piante edibili (e commercializzabili) della nostra bella Europa? Probabilmente chi ci guadagnerà di più alla fine di tutta questa storia è proprio il consumatore medio, quello che acquista gli ortaggi che finiscono sulla sua tavola dalla grande distribuzione che saprà che le pesche spagnole o le carote venete hanno lo stesso standard di qualità e tracciabilità. Chi teme l’appiattimento delle varietà in commercio avrebbe dovuto probabilmente cominciare a preoccuparsi decenni fa, giudicando i banchi dei supermercati, e stare abbastanza tranquillo perchè troverà comunque la sua frutta e verdura preferita tutelata dalla piccola distribuzione locale.


Articolo di Scientificast, originariamente pubblicato col titolo Plant reproductive material law, ovvero tanto rumore per nulla
di Ilaria Zanardi

Letto 3496 volte Ultima modifica il Sabato, 18 Maggio 2013 18:17

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