Il Bolognino

Mercoledì, 06 Aprile 2016 18:29

Referendum 17 aprile, cosa c'è da sapere

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Il prossimo 17 aprile, il corpo elettorale sarà chiamato a decidere sul cosiddetto Referendum sulle "trivelle". Trattasi di un referendum abrogativo, che chiede ai cittadini se vogliano abrogare il rinnovo delle concessioni per l'estrazione di petrolio e gas (gas naturale e gasolina) sul territorio nazionale. La disinformazione corre veloce e popolare sul web, ma sopratutto sui social, primo tra tutti, Facebook. C'è chi lancia allarmi di fantomatici quanto inesistenti nuovi permessi per trivellare tutto il mare, chi scopre solo oggi che l'Italia è un piccolo produttore di gas naturale e - recentemente - di petrolio, chi andrà a votare Si - quindi abrogazione - senza considerare le conseguenze economiche di una tale scelta, ma solo per slancio ideale ambientalista ma condito da tante sbagliate certezze (ne parleremo in seguito). Inoltre c'è da considerare il "traino" emotivo che la vicenda dell'ex ministra Guidi, sta provocando.


Idrocarburi in Italia oggi

Prima di parlare del referendum, è opportuno spiegare cosa sia una concessione, e come quando e quanto l'Italia sia un produttore di idrocarburi. L'Italia ad oggi è tra le prime in Europa anche nelle energie rinnovabili, la cui produzione nel 2015 è stata di 106 TWh, ed ha raggiungiunto il 33% dei consumi totali di energia elettrica. Come si può capire già da subito le trivelle non hanno impedito la crescita costante dell'energia rinnovabile.

Una concessione all'estrazione è un permesso a tempo che lo Stato (proprietario del sottosuolo nazionale) da a delle società aggiudicatrici di speciali bandi pubblici, in cambio di rojalties, cioè percentuali sugli incassi derivati dai prodotti estratti. E' lo Stato cioè il governo che decide quali parti del Paese possano essere sfruttate per eventuali permessi o concessioni, e per l'Italia è l'ufficio nazionale minerario per gli idrocarburi e le georisorse (DGS-UNMIG) che a seguito di richieste circostanziate e piani finanziari ed economici da parte degli acquirenti, da le concessioni e ne controlla l'attività estrattiva.

 

L'Italia è un discreto produttore di gas naturale - la produzione nazionale copre circa 1/3 del fabbisogno nazionale, ma negli anni 60, gli anni della grande "metanizzazione", arrivò a coprire quasi metà del consumo, contribuendo notevolmente al boom economico, la maggior parte del gas naturale viene estratto dalla seconda metà degli anni 50, grazie alle prime prospezioni e all'intuito del geniale Enrico Mattei, che prese in mano nel secondo dopoguerra l'aziendina fascista Agip ormai decotta e la trasformò nella 7a potenza mondiale degli idrocarburi, l'ENI. L'Italia è inoltre un piccolo produttore di gasolina e di petrolio, principalmente in Val D'Agri in Basilicata e anche con alcune piattaforme offshore - cioè nei mari - al largo della Sicilia. Il DGS-UNMIG stima che la produzione di petrolio copra ad oggi il 10% della richiesta nazionale annua, con un valore stimato di 6 miliardi di € l'anno - l'Italia infatti importa il restante quantitativo necessario sopratutto all'autotrasporto spendendo ogni anno 60 miliardi di €, solo per il petrolio. I dati sono ufficiali e tratti dal sito web dell'ufficio governativo preposto.

 

Le ragioni del referendum

Il referendum è stato possibile grazie alla richiesta fatta da 10 Consigli regionali (ne sarebbero bastati 5) come previsto dalla Costituzione. Le dieci regioni, sono quasi tutte a guida Pd, proprio come l'esecutivo guidato da Matteo Renzi. E' evidente come la decisione delle regioni non sia solo legata a calcoli di tipo ambientale od economico ma anche di motivazione politica, di lotta tutta politica interna al Pd, portata avanti in particolar modo da Emiliano - governatore Pd della Puglia avversario di Renzi.

L'esecutivo voleva, in un primo momento appropriarsi tramite legge ordinaria del rinnovo delle concessioni, che invece sono ad oggi materia di legislazione concorrente - ai sensi del capitolo V della Costituzione (che il governo vorrebbe abrogare e che ha prodotto molte inefficienze e guerre legali tra Regioni, Stato e Province proprio nelle materie a legislazione concorrente): dentro la prima bozza della legge "Sblocca Italia" - erano inserite nuove parti di territorio nazionale, sotto i 12 miglia di costa, nelle quali poter fare prospezioni alla ricerca di nuovi giacimenti di idrocarburi offshore. Le regioni, per paura di perdere una parte importante delle loro prerogative amministrative hanno quindi chiesto un referendum abrogativo.  Tuttavia il Salva Italia è stato poi emendato dallo stesso governo prima di diventare legge perché incostituzionale. Icomma 17 del decreto legislativo 152 stabilisce che sono vietate le nuove «attività di ricerca, di prospezione nonché di coltivazione di idrocarburi liquidi e gassosi» entro le 12 miglia marine (distanza ritenuta scientificamente congrua per evitare rischi a bagnanti e imbarcazioni) delle acque nazionali italiane, ma stabilisce anche che gli impianti che esistono già entro questa fascia possono continuare la loro attività fino alla data di scadenza della concessione. I cittadini quindi sono tenuti a recarsi alle urne per stabilire se è giusto rinnovare le concessioni che già stanno producendo petrolio e gas - in alcuni casi dal 1966, alcune anche prima, una volta che queste dovessero terminale. Sostanzialmente dobbiamo decidere se vogliamo chiudere i pozzi che già stanno lavorando, e non scegliere se costruire o meno altri pozzi.

Il testo del referendum

Volete voi che sia abrogato l’art. 6, comma 17, terzo periodo, del decreto legislativo 3 aprile 2006, n. 152, “Norme in materia ambientale”, come sostituito dal comma 239 dell’art. 1 della legge 28 dicembre 2015, n. 208 “Disposizioni per la formazione del bilancio annuale e pluriennale dello Stato (legge di stabilita’ 2016)”, limitatamente alle seguenti parole: “per la durata di vita utile del giacimento, nel rispetto degli standard di sicurezza e di salvaguardia ambientale”?

 

Il testo spiega piuttosto bene si tratta dell'abrogazione della possibilità di concedere nuove concessioni ad attività estrattive già attive, un abrogazione che quindi farebbe cessare le attività di estrazione già in essere prima della fine della vita del giacimento, cioè prima che il giacimento sfruttato venga chiuso e abbandonato perché esaurito. Una chiusura che non sarà istantanea, ma dopo la fine delle concessioni in essere.
 

Strategia energetica e anelito ambientalista

Le piattaforme offshore interessate dal referendum, che chiuderebbero i battenti nel caso di vittoria del Si e rimarrebbero in funzione in caso di vittoria del No o di mancato raggiungimento del quorum (50%+1 degli aventi diritto si devono recare al seggio, altrimenti il referendum non è valido come previsto dalla Costituzione) sono 21. Come si può vedere dalla figura, sono 21 le concessioni dentro le 12 miglia di costa e già oggi "illegali", ma con permesso di estrazione fino all'esaurimento del giacimento, le altre 66 attive sono fuori dalle 12 miglia marine. A differenza di quanto si dice in giro per l'internet, se vincesse il SI, anche le concessioni fuori dalle 12 miglia sono interessate dal referendum, in quanto con una eventuale vittoria del si vedrebbero la chiusura della produzione dopo la fine dell'attuale periodo di concessione. 

piattaforme offshore interessate da referendum

Il referendum comunque interesserebbe anche molti giacimenti di gas sulla terra ferma principalmente concentrati nel centro-nord del Paese (Emilia Romagna, Marche, Lombardia) alcuni attivi e produttivi dai primi anni 60. Da notare che nessun impianto in Italia ha mai avuto problemi di tipo ambientale o ha causato danni ambientali, non sono mai stati chiusi degli impianti di estrazione per fughe di materiale o per superamento delle soglie di inquinamento previste dalla legge e monitorate dalle Asl locali, dai ministeri, dall'ufficio estrazioni e da altri uffici preposti a livello regionale.

In Italia non si è quasi mai parlato di concetti come indipendenza energetica e non si è mai parlato all'opinione pubblica di come l'energia sia vitale non solo per l'economia, ma sia uno strumento di geopolitica tra i più importanti.

 
I governanti italiani non hanno mai parlato di interesse nazionale nel disporre sul territorio nazionale la maggior quantità di energia, in modo da non "dipendere" dagli stranieri e dagli altri governi. Tuttavia questo è un argomento centrale nelle dinamiche di potere tra gli Stati. Uno Stato come l'Italia, dipendente da fonti primarie straniere per la stragrande parte del proprio fabbisogno, è da sempre uno Stato ricattabile e molto esposto ai prezzi delle materie prime sul mercato internazionale.

Per molte nazioni, spesso più importanti della nostra dal punto di vista politico, come Francia e USA, nonché Russia e Cina, avere a disposizioni fonti di energia primaria sufficienti per soddisfare il fabbisogno interno è una scelta prioritaria. L'obiettivo è l'autosufficienza energetica, cioè non essere dipendenti (ricattabili) da altri per il proprio sviluppo. Questo è sempre stato argomento dibattuto e negli USA anche uno degli argomenti su cui i candidati alla presidenza si confrontano per poi vincere.

L'Italia ha sempre giocato di rimessa, curando i propri interessi tessendo floridi rapporti di amicizia con i vicini arabi produttori di petrolio e in politica estera siamo sempre stati molto attenti a non rendere troppo suscettibile la Russia, senza il cui gas non potremmo scaldarci di inverno. Vista così, la possibilità di avere una produzione nazionale di idrocarburi è vitale, non tanto per il futuro, quanto per il presente, che vede l'Italia - nonostante l'importante 33% di energia rinnovabile, ancora sotto scacco dei petrodollari per il restante 66% circa del fabbisogno nazionale di energia.

Ad oggi i cittadini sembrano molto più sensibili alle tematiche ambientali che non ai richiami della politica estera e della visione strategica nel medio - lungo periodo, tuttavia ignoriamo il fatto che Snam, Eni e altri colossi nazionali hanno negli anni promosso innovazione e ricerca che hanno reso sicuri e affidabili i pozzi e le trivelle d'Italia, tanto che la nostra tecnologia è all'avanguardia nel mondo, e spesso acquistata all'estero.

 

Votare SI, votare NO o non votare

Il Pd, maggiore partito di governo, ha nella sua maggioranza dato una chiara connotazione politica al referendum, e lo vede come uno strumento per destabilizzare l'esecutivo e quindi ha espresso per voce dello stesso Presidente del Consiglio l'opinione di non andare a votare - con la conseguenza di annullare de facto il referendum. La posizione del governo è per l'astensione. A norma di legge la posizione del governo non è incostituzionale, come sbandierato su internet - tutt'al più non molto "civica", o almeno non di "buon esempio". Infatti la legge Costituzionale parla di reato al "boicottaggio" del referendum, o nel caso un incaricato (presidente di seggio per esempio) impedisca di votare o faccia pressione per l'astensione. Visto che la Costituzione prevede un quorum, cioè un numero di voti pari al 50%+1 degli aventi diritto affinché il referendum sia valido, implicitamente afferma che chi non si reca a votare sta compiendo una scelta politica determinata, e quindi legittima: non c'è infatti un obbligo di voto o un "dovere" al voto, come per le elezioni parlamentari.

Tra le ragioni per il SI, spicca la campagna di Greenpeace, che ha pubblicato 
uno studio realizzato dall’ISPRA, l’Istituto superiore per la protezione e la ricerca, che mostra come tra il 2012 e il 2014 ci siano stati dei superamenti dei livelli stabiliti dalla legge per gli agenti inquinanti nel corso della normale amministrazione di alcuni dei 130 impianti attualmente in funzione in Italia. Tuttavia i valori non sono particolarmente preoccupanti. Gli stessi promotori del referendum sottolineano che l’inquinamento non è la priorità che ha reso necessario il referendum. La ragione principale, spiegano, è “politica”: impedire al governo di utilizzare l'energia derivante da fonti non rinnovabili e immaginare l'energia del futuro - che non può essere quella degli idrocarburi.

Tuttavia questa argomentazione appare pretestuosa e poco centrata sul referendum, con il quale non si deciderà del futuro energetico dell'Italia 
ma solo se le concessioni debbano essere rinnovate come è stato fatto sino ad ora, o se è meglio smettere di essere produttori di gas e petrolio e sostanzialmente importare tutto dall'estero.

Il comitato per il No, è “Ottimisti e razionali“, presieduto da Gianfranco Borghini, ex deputato del Partito Comunista e poi del PdS. Il comitato sostiene che continuare l’estrazione di gas e petrolio offshore è un modo di limitare l’inquinamento: l’Italia estrae sul suo territorio circa il 10 per cento del gas e del petrolio che utilizza, e questa produzione ha evitato il transito per i porti italiani di centinaia di petroliere negli ultimi anni. Chi però si recherà alle urne a votare No, rischia politicamente di fare un "favore" ai promotori del Si rendendo più facile il raggiungimento del quorum, in quanto si presume che la maggior parte di coloro che si recheranno a votare, voterà Si, a favore dell'abrogazione.


Guidi e Tempa Rossa non c'entrano niente con il referendum

La vicenda che ha visto le dimissioni dell'ex ministro Guidi a seguito della pubblicazione di un intercettazione nella quale la stessa parlava al telefono con il proprio compagno, indagato nell'indagine Tempa Rossa, non c'entra nulla con il referendum. Guidi e la ministra Boschi sono state ascoltate dai magistrati per quanto riguarda una vecchia inchiesta, che ha visto i responsabili dell'impianto di petrolio Tempa Rossa condannati per traffico di rifiuti. Rifiuti derivanti dalla lavorazione del petrolio, quindi non si tratta affatto di una questione relativa all'estrazione di petrolio ma alla cattiva e fraudolenta gestione di rifiuti industriali. Anche qualora vincesse il Si al referendum, ci saranno comunque rifiuti industriali derivanti da lavorazione del petrolio, perché in Italia continueremo a usare petrolio e benzina e perché il petrolio non estratto qui, sarà comunque raffinato in impianti italiani.



Considerazioni finali

Qualunque sarà la vostra scelta a riguardo del Referendum bisogna comunque considerare che attualmente le energie alternative non sono efficienti quanto i vecchi idrocarburi, che continuano a costare economicamente meno. L'Italia è comunque tra le prime in Europa sulle energie alternative, quindi anche i governanti avvertono la necessità di dare una svolta in senso pulito - e rinnovabile alla produzione energetica nazionale. Nessuno vuole inquinare ulteriormente il mare, o salvare il mare dalle trivelle, il punto è un altro come spiegato. 

Inoltre, nel caso di vittoria del Si e quindi di fine delle concessioni di estrazione in Italia, l'energia prodotta dalla quantità di combustibili fossili prodotti in Italia non verrà sostituita con altre fonti di energia, ma con le medesime fonti fossili di prima, disponibili sul mercato internazionale e quindi danneggiando anche la bilancia commerciale e probabilmente creando qualche disoccupato in più.

Video

Aree di concessioni, aree di produzione e aree di permessi di ricerca Elaborazione di CartoDB su dati del Ministero
Letto 2089 volte Ultima modifica il Mercoledì, 06 Aprile 2016 23:53

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